Una partitella (s)fortunata

Una partitella (s)fortunata

Era un 17 luglio come un altro, una giornata molto calda, e in quel 1961, il Cavo, una limitata località marittima posta nella parte nord-orientale dell’Isola d’Elba, attualmente situata nel comune di Rio, si apprestava a ricevere i primi turisti della stagione. All’epoca, infatti, il turismo era ancora un fenomeno molto elitario, specialmente sulla piccola isola toscana non ancora molto conosciuta, e di conseguenza anche durante la bella stagione erano presenti quasi esclusivamente abitanti locali. Tra questi c’era un gruppo di quattro ragazzi: Caterina, Maria, Giulio e Marco. Giulio e Marco erano amici praticamente da quando erano bambini, avendo frequentato l’asilo, le scuole elementari e medie insieme, complice anche la limitatezza di un paesino come il Cavo. Però, da ormai un anno, i due non si trovavano più nella stessa classe, visto che Giulio era stato bocciato e aveva dovuto ripetere l’ultimo anno di scuole medie. Ciò nonostante, la loro amicizia non era cambiata affatto e i due trascorrevano comunque insieme tutta l’estate. Con loro c’era anche la cugina di Marco, Caterina, un anno più piccola dei due ragazzi. I tre formavano un gruppo inseparabile che già due anni si era ampliato poiché Caterina aveva fatto conoscere ai due amici una sua nuova compagna di classe, Maria, che però non era elbana. Infatti, aveva abbandonato il suo paesino nativo, Filadelfia, quando, per motivi lavorativi, la famiglia si era spostata al Cavo.  

In quell’afoso giorno di luglio i ragazzi combattevano il caldo torrido facendo il bagno e divertendosi tutti insieme. Giulio portava sempre con sé il proprio pallone da calcio. Il suo sogno infatti era quello di diventare un professionista in quel settore e magari andare a rappresentare l’Italia ai prossimi campionati mondiali. Cercava di convincere i suoi amici a giocare a pallone tutti assieme, anche se gli altri non erano molto interessati a partecipare.  Però talvolta gli concedevano una partitella, e così accadde anche quel giorno. Proprio stavolta avvenne che, a causa di un tiro non gestito alla perfezione, la palla finì in mare e da qui, spinta dal vento di mezzogiorno che tirava quel 17 luglio, si allontanò sempre di più. I ragazzi, però, iniziarono a discutere su chi dovesse andare a recuperarla, senza arrivare ad una soluzione in modo tempestivo. Giulio, infatti, sosteneva che dovesse andare Caterina, perché aveva toccato per ultima il pallone, mentre questa sosteneva che fosse Giulio il responsabile, poiché autore del tiro che aveva spedito il pallone così lontano. Così, mentre i giovani continuavano a litigare fra loro, il pallone aveva ormai superato i 50 metri di distanza dalla riva e non dava cenno di volersi fermare. Dopo altri attimi di esitazione Marco, il più intrepido e sicuro dei quattro, stufo della situazione, decise di andare personalmente a recuperare il pallone che nel mentre si faceva sempre più piccolo. Quasi istantaneamente gli andarono dietro anche gli altri compagni, seguendo alla lettera quel codice non scritto che sta alla base di ogni gruppo di amici che si rispetti, e che potrebbe essere riassunto alla perfezione con la frase “uno per tutti, tutti per uno”. Dunque, i ragazzi si incamminarono cercando a tutti costi di raggiungere la palla che era mossa dalle forti raffiche che continuavano imperterrite e che facevano spumeggiare il mare all’orizzonte. Bracciata dopo bracciata scorsero Cala delle Alghe, una spiaggia di dimensioni ridotte che fino a qualche metro prima rimaneva coperta da un piccolo promontorio sul quale si trovava un’imperiosa villa di origini romane. Dopo tutti gli sforzi compiuti fino a quel punto, le due ragazze erano molto stanche e per questo i giovani decisero di fermarsi, riposando sugli scogli, alle pendici di Capo Castello, dal quale poi avrebbero raggiunto il pallone che nel frattempo si era adagiato in una specie di minuscola insenatura presente nell’isola di fronte a loro. L’isolotto che vedevano era distante all’incirca 250 metri, che non sono certo pochi, ma il grosso era passato e, spinti dalla testardaggine che li accomunava, decisero di proseguire. Gli amici affrontarono dunque l’ultimo tratto sicuramente più difficile e spaventoso, a causa della profondità del mare che può quantomeno mettere in soggezione anche quelli che il mare lo vivono quotidianamente. Dopo alcuni minuti, spinti anche dalla corrente favorevole generata dal vento, riuscirono ad approdare sull’isolotto e recuperare una volta per tutte il pallone, vero e unico motivo che li aveva spinti fino a laggiù. A quel punto i ragazzi avevano compiuto l’impresa principale e Maria, essendo più gracilina, aveva accusato molto di più lo sforzo compiuto e decise dunque di sdraiarsi a prendere un po’ di sole per ricaricare le proprie energie in compagnia di Caterina. Giulio invece era il più attivo di tutti e una volta giunto sull’isola si divertì a trovare il punto più alto da cui potersi tuffare; invece, Marco, molto curioso, forse molto di più rispetto agli altri amici, osservava l’ambiente circostante. Una mezz’oretta dopo, le due giovani, insieme a Giulio, si accorsero che Marco non era più con loro. Proprio in quell’istante sentirono dei rumori provenire dalla parte più interna dell’isola, tanto che rimasero pietrificati per il terrore. Ma pochi secondi dopo, il loro amico arrivò di corsa sulla piccola spiaggetta che affiancava gli scogli urlando: “Ragazzi dobbiamo andare via!”. Così, i quattro si tuffarono in mare e raggiunsero velocemente gli scogli alle pendici di Capo Castello. Qui Marco raccontò quello che era successo poco prima sull’isolotto e i suoi compagni rimasero sbalorditi nel sentire che ciò che lo aveva spaventato era stato un branco di topi.

Il sole però iniziava a calare e dunque convennero che era meglio rimettersi sulla strada del ritorno il prima possibile, così da evitare spiacevoli inconvenienti legati alla mancanza di luce. Una volta tornati in spiaggia, i ragazzi erano stremati e vinti dalla fatica “della missione”, così per quella sera decisero di salutarsi e far ritorno ciascuno alla propria casa.

La mattina del giorno seguente, come ormai d’abitudine, il gruppo si ritrovò sulla spiaggia. Nessuno di loro aveva intenzione di giocare a pallone, nessuno voleva rivivere lo sforzo e la paura del giorno precedente, eppure tutti e quattro si sentivano in qualche modo attratti da ciò che avevano visto e percepito anche se per pochi attimi. Dunque, l’obiettivo principale del gruppo era proprio trovare un modo per raggiungere agevolmente quel piccolo posto e fu allora che a Giulio balenò un’idea in testa. Si ricordò infatti che suo nonno gli aveva lasciato una piccola barchetta di legno a remi da utilizzare per andare a pesca, una disciplina che lo aveva sempre appassionato. In quel momento però l’imbarcazione avrebbe costituito il mezzo ideale per raggiungere comodamente la meta. Così, Giulio guidò i compagni fino al porticciolo del Cavo, dove era ormeggiata la barca e da qui, nonostante alcune incertezze, partirono “verso l’orizzonte e oltre” come esclamò Caterina una volta usciti dal piccolo porto. Il viaggio fu una passeggiata, il vento era notevolmente diminuito, Giulio e Marco si alternarono ai remi e in poco tempo giunsero dove il giorno prima si era arenato il pallone. Una volta arrivati là, si fermarono ad ammirare il panorama circostante: a sud-ovest si vedeva distintamente la spiaggia di Frugoso, mentre spostando lo sguardo leggermente a sinistra videro l’isola di Palmaiola, insieme al suo faro. Questa, anche se nettamente più grande dell’isolotto su cui erano sbarcati, poteva in qualche modo apparire come una specie di gemella.  Dietro Palmaiola, quasi come se si nascondesse timidamente, si trovava poi un’altra isola, chiamata invece Cerboli e infine, per concludere la vista, ancora più a sinistra era presente il porto di Piombino.

Nonostante ciò che era successo il giorno precedente, l’isolotto appariva ai loro occhi come una piccola oasi verde in mezzo al mare. Questo, essendo un territorio prevalentemente roccioso e soggetto all’effetto corrosivo del sale, avrebbe dovuto essere pressoché deserto. Ma, come avevano potuto constatare in precedenza, non era esattamente così. Allora, spinti dalla curiosità di scoprire molto di più su quell’isolotto, si avventurarono. Così, passata una prima barriera costituita da alberi di discrete dimensioni, giunsero nella parte centrale dell’isola, nonché il punto più alto, dove sorgeva in mezzo ai cespugli una particolare struttura circolare. Questa assomigliava molto ad un semplicissimo pozzo, eppure nessuno di loro quattro seppe riconoscere il materiale con cui era stato costruito. Si soffermarono ad osservare ciò che li circondava e scorsero una grande quantità di animali: insetti, piccoli uccellini, scoiattoli e alcune tartarughe di terra. Ma, tra questi, non videro nessun topo, tanto che Maria, Giulio e Caterina iniziarono a dubitare delle parole di Marco. Ma improvvisamente, da quell’insolita costruzione iniziò ad uscire un dolcissimo canto femminile, quasi etereo, che li incantò, lasciandoli estasiati. Allora i due ragazzi, insieme a Caterina iniziarono ad avvicinarsi sempre di più al centro, da cui proveniva quel canto sibillino. Mentre Maria era così spaventata che non fece più un passo, finché non fu esortata dai suoi amici a raggiungerli.

Nel momento in cui si affacciarono all’interno di quel “pozzo” illuminato da un raggio di sole, che si faceva spazio tra le alte fronde degli alberi, videro una cavità colma d’acqua cristallina. In tutto questo la voce non si era affatto acquietata e, mossa dalla curiosità, Caterina si rivolse a questa chiedendole chi fosse. Il canto si interruppe e ci fu un momento di silenzio fino a quando non vennero pronunciate queste parole:” Sono l’anima e la protettrice di quest’isola”.

Gli sguardi stupiti dei giovani si incrociarono tra di loro e il cuore di ciascuno batteva all’impazzata. Prima che qualcuno potesse rispondere, la voce riprese a parlare raccontando loro le caratteristiche e la storia dell’isola, la cui esistenza era determinata da un fragile e armonioso equilibrio presente al suo stesso interno.

Oltre a ciò, narrò anche di un evento accaduto qualche anno prima, quando alcuni uomini raggiunsero l’isolotto con fare minaccioso, rischiando di compromettere così quell’equilibrio e innescando di fatto l’autodistruzione di quell’oasi. Allora l’anima decise di provocare lo sfaldamento di una porzione della stessa isola, nella parte settentrionale, così da generare un boato per intimorire gli uomini. Questi, però, dopo un primo momento di terrore, continuarono nel loro intento. Così l’anima fu costretta a generare un grandissimo numero di topi che potessero inorridirli. E così facendo, i gli uomini furono messi in fuga.

Allora i quattro ragazzi capirono il perché della presenza dei topi che Marco aveva visto il giorno precedente. E così si scusarono con l’anima dell’isola per aver rischiato di compromettere il suo equilibrio. Ma questa disse ai giovani che non era sua intenzione spaventarli. Infatti, lei, ogni volta che qualcuno arrivava sull’isola, sapeva se questi avrebbero poi compromesso la stabilità dall’isola o no. “E voi”, disse lei, “non avete mai danneggiato la mia stabilità. I topi, ieri, vi avrebbero accompagnato da me.” Poi, vedendo che i ragazzi erano un po’ confusi, aggiunse che poteva controllare solo quegli animali dell’isola e che il suo intento era quello di accoglierli. Così si scusò ancora con loro per l’errore che aveva commesso.

Dopo aver parlato un altro po’ con l’anima, i quattro avventurieri si resero conto che la giornata si stava volgendo al termine. Così salutarono lo spirito dell’isolotto, promettendo questi che sarebbero ritornati per farsi raccontare altre storie.

Dopo pochi giorni, i ragazzi si recarono nuovamente sull’isola e poterono saziare il loro desiderio di curiosità. L’anima, che era felice di aver trovato qualcuno che non la mettesse in pericolo, raccontò molte vicende riguardanti quell’isolotto e quasi tutte si concludevano con la fuga delle persone per colpa dei topi.

I ragazzi, inoltre, spiegarono alla loro nuova amica che avevano scoperto che nel loro paese e nei centri abitati circostanti chiamavano quel posto l’”Isolotto dei Topi” a causa delle tante storie che si dicevano in giro.

L’estate passava giorno dopo giorno e i ragazzi quando potevano si recavano in quel loro posto speciale. Ed ogni volta, oltre ad ascoltare tante storie e a divertirsi con gli animali dell’isola, promettevano all’anima che avrebbero fatto di tutto per proteggerla da ogni pericolo.

Oggi Giulio, Marco, Caterina e Maria sono diventati adulti ed ognuno ha la propria vita, ma tuttora conservano quel grande segreto e, quando sono liberi dai mille impegni, prendono una barchetta per andare a trovare la loro amica speciale.

 

Ballini Lorenzo, De Palma Ilaria, Leoni Irene, Testa Matteo, classe 3A scientifico.

Istituto Comprensivo Raffaello Foresi, Portoferraio