L'isola sospesa
di Pietro R., Marco D.S., Viola P. e Bianca P.
1. Introduzione: Il Naufragio e l'Arrivo
● Il contesto: Gulliver è in viaggio nel Mediterraneo quando una strana anomalia magnetica (causata dalle miniere di ferro dell'Elba) manda in tilt la bussola.
● L'incontro: invece di un'isola volante, l'Elba appare avvolta da una nebbia artificiale creata da macchinari complessi.
● L'ascesa: Gulliver non viene tirato su con una corda, ma sale tramite una "seggiovia tecnologica" gestita da accademici distratti.
2. La Società degli "Elbani Superiori" (Simile a Laputa)
● Descrizione degli abitanti: Gli abitanti della parte alta dell'isola (ispirati a quelli di Portoferraio o del Monte Capanne) hanno la testa inclinata perché guardano sempre schermi o telescopi, ignorando la realtà circostante.
● L'analogia dei "Flappers": Invece dei servitori con le vesciche di Swift, qui i cittadini hanno bisogno di una notifica sul cellulare per ricordarsi di mangiare o parlare con chi hanno di fronte.
● L'ossessione: Sono fissi sulla geologia e sulle frequenze radio, convinti che l'isola possa staccarsi dal fondo del mare e volare grazie al magnetismo del ferro.
3. Visita all'Accademia di "Marciana Marina" (La Gran Logado)
● Gli esperimenti assurdi: Gulliver visita i laboratori dove gli scienziati elbani tentano imprese inutili:
○ Estrarre il profumo del mare per imbottigliarlo e venderlo ai pesci.
○ Trasformare il granito in nuvole per regolare il clima turistico.
○ Generare pillole dalla sabbia per darle ai cinghiali.
● La Satira: Critica a chi cerca soluzioni iper-complesse a problemi semplici, ignorando la natura dell'isola.
4. Il Conflitto: La Ribellione di Rio (Simile a Lindalino)
● La resistenza: Una città dell'isola si ribella alle leggi assurde della capitale.
● La punizione: Il governo centrale minaccia di "oscurare il sole" sopra la città ribelle usando giganteschi pannelli solari specchiati, rendendo la vita impossibile ai cittadini.
● Risoluzione: I ribelli usano le antiche miniere di ferro per creare un contro-campo magnetico che destabilizza i macchinari dei "sapienti".
5. Conclusione: La Fuga e la Riflessione
● Il congedo: Gulliver capisce che la troppa teoria e l'ossessione per il
progresso senza senso hanno rovinato la bellezza dell'isola.
● Il ritorno: Riparte su una barca di pescatori locali (gli unici rimasti sani di mente) e riflette su come l'uomo preferisca spesso un'astrazione complicata alla realtà concreta del territorio.
1. Introduzione: Il Naufragio e l'Arrivo
Non erano passate che tre settimane dalla mia partenza dal porto di Livorno, a bordo della solida Racaco Ferries, quando un vento di scirocco, più violento di quanto i marinai più esperti avessero mai memoria, ci spinse fuori rotta verso le scogliere dell’Elba.
Il capitano del vascello, un uomo che aveva solcato i mari di mezzo mondo, tentò disperatamente di mantenere il controllo del timone, ma ogni sforzo si rivelò vano di fronte alla furia degli elementi. Le onde, alte come palazzi, si infrangevano contro la prua, sollevando spruzzi accecanti che rendevano invisibile il ponte di coperta.
Mentre tentavo di calcolare la nostra posizione geografica per mezzo della mia fidata strumentazione, notai con un incredibile stupore che la mia bussola aveva cessato di indicare il settentrione. L’ago magnetico ruotava impazzito sul suo perno, privo di qualsiasi orientamento, come se il ferro presente in quelle terre desolate creasse una forza d'attrazione infinitamente maggiore rispetto alla naturale polarità terrestre.
I marinai, terrorizzati da quel fenomeno che giudicavano di origine demoniaca, iniziarono a pregare e ad abbandonare i loro posti di manovra.
All’improvviso, la tempesta si placò di colpo, lasciando spazio a una calma piatta ancora più inquietante.
La nebbia che avvolgeva il mare pareva del tutto irreale: non si trattava della classica foschia marina, umida e salmastra, ma di un vapore denso, pesante e grigiastro, dall'odore acre e sulfureo, simile in tutto e per tutto ai fumi tossici di una fabbrica metallurgica. Guardando con il mio cannocchiale verso la riva, vidi che quel fumo fuoriusciva a intervalli regolari da enormi sfiatatoi meccanici di bronzo, posti lungo la costa rocciosa.
Proprio quando la nostra imbarcazione, ormai priva di controllo, pareva destinata a infrangersi contro le rocce aguzze di un'altura scoscesa, che i marinai locali chiamavano Monte Capanne, l'inaspettato accadde.
Vidi calare dal cielo, squarciando la fitta coltre di vapori, una sorta di gabbia metallica a pianta esagonale, retta da cavi d'acciaio così sottili e lucenti da parere ragnatele intessute da un ragno gigantesco.
All'interno della gabbia si trovava un uomo dall'aspetto bizzarro: indossava una toga accademica di seta nera, interamente ricamata con strani simboli geometrici, triangoli e frazioni matematiche. Il suo sguardo era totalmente perso, quasi ipnotizzato, in un piccolo schermo luminoso e rettangolare che teneva stretto nella mano destra.
Egli, avendomi scorto sul ponte, mi fece un cenno sbrigativo con la mano sinistra, invitandomi a salire, senza però degnarmi di una singola parola di umana accoglienza o di conforto.
Spinto dalla disperazione e dal timore imminente di affogare nel naufragio, balzai dentro quella specie di seggiovia tecnologica.
Non appena i miei piedi toccarono il fondo della cella, i cavi si tesero e iniziammo a salire verso la cima del monte a una velocità prodigiosa. Durante il tragitto, provai a rivolgere diverse domande alla mia guida in lingua italiana, francese e persino in latino, chiedendogli dove fossimo diretti e chi fosse il sovrano di quelle terre. Tuttavia, l'uomo era talmente assorbito dal suo strano ordigno luminoso (che continuava a scorrere freneticamente con il pollice), da non accorgersi minimamente della mia presenza, emettendo di tanto in tanto solo qualche grugnito di disappunto.
2. La Società degli "Elbani Superiori"
Una volta arrivati sulla sommità della montagna, la gabbia si arrestò con un leggero sibilo idraulico.
Quando misi piede a terra, mi resi conto di trovarmi in un mondo completamente separato dal resto della terraferma, sia per costumi che per ingegno. La parte alta dell'isola, che comprendeva la maestosa roccaforte di Portoferraio e le vette che dominavano l'orizzonte, era abitata da una popolazione che si autodefiniva degli "Elbani Superiori", i quali disprezzavano apertamente gli abitanti delle coste.
La prima cosa che attirò la mia attenzione, e che mi fece crucciare di più, fu la loro postura fisica: avevano tutti la testa estremamente inclinata in avanti, con il mento quasi schiacciato contro il petto.
Questa posizione non dipendeva affatto da una malformazione sin dalla nascita, bensì dal fatto che tenevano gli occhi costantemente incollati a quei piccoli schermi portatili che avevo già visto sulla seggiovia, o a complessi cannocchiali tascabili puntati verso terra.
Di conseguenza, la vita pubblica in quella città era un caos indicibile. I cittadini camminavano per le strade di pietra sbattendo continuamente l'uno contro l'altro, inciampando nei gradini, andando a urtare i pali della luce e persino cadendo dentro le fontane pubbliche, poiché erano totalmente incapaci di guardare la realtà circostante e di sollevare lo sguardo oltre i cinque pollici dal proprio naso.
Nel mio precedente viaggio nel regno di Laputa, mi ero imbattuto nei celebri Flappers, quei servitori che dovevano colpire le orecchie e gli occhi dei loro padroni con vesciche di bue gonfie di piselli secchi, per distinguerli dalle loro profonde speculazioni matematiche e filosofiche. Ebbene, sull'isola dell'Elba, il sistema era
diventato ancora più estremo e, se possibile, degradante. I cittadini non si servivano di esseri umani, ma dipendevano interamente dalle notifiche acustiche e vibranti dei loro dispositivi meccanici.
Mentre camminavo, assistetti a una scena memorabile: due nobili stavano conversando animatamente di alta finanza quando, improvvisamente, uno di loro si bloccò a mezza frase, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati, come colpito da un fulmine. Pensai fosse morto, ma la mia guida mi spiegò che era semplicemente "in attesa del segnale". Solo quando il suo apparecchio emise un acuto e metallico bip, il nobiluomo riprese le sue funzioni vitali, ricordandosi di finire la parola interrotta e di portare alla bocca un boccone di cibo.
Senza quella continua vibrazione nella tasca della toga, quegli sciagurati avrebbero letteralmente dimenticato di respirare o di salutare i propri figli.
L'ossessione principale che divorava le menti di questa strana società era lo studio combinato della geologia mineraria e delle frequenze radiofoniche. Gli Elbani Superiori passavano i giorni a calcolare il peso specifico del ferro contenuto nelle viscere del Monte Capanne.
Erano fermamente convinti che, accumulando una quantità sufficiente di onde elettromagnetiche, avrebbero presto trovato il modo di invertire i poli magnetici del territorio. Il loro scopo finale era folle e grandioso al tempo stesso: staccare l'intera isola d'Elba dal fondo del Mar Mediterraneo e farla librare nel cielo, trasformandola in una vera e propria fortezza volante, totalmente indipendente e immune dai contatti con il resto del genere umano, che essi consideravano rozzo e arretrato.
3. Visita all'Accademia di Marciana Marina
Il terzo giorno del mio soggiorno, avendo espresso il desiderio di istruirmi sulle scienze locali, venni condotto a visitare la celebre Accademia delle Scienze di Marciana Marina, un immenso e freddo edificio costruito interamente in vetro temperato e metallo specchiato, dove gli scienziati locali passavano l'intera vita a progettare invenzioni che definire assurde sarebbe un insulto all'intelligenza umana. Il Direttore dell'Istituto, un uomo la cui testa era talmente inclinata che la sua barba toccava costantemente la fibbia della cintura, mi mostrò con orgoglio i loro laboratori principali.
Nel primo laboratorio che visitammo, un gruppo di quaranta accademici, muniti di alambicchi d'oro e filtri di pergamena, stava cercando di estrarre il profumo del mare per poterlo imbottigliare.
Quando chiesi con la massima cortesia a cosa potesse servire una simile mercanzia, dato che il mare circondava l'intera isola, il Direttore mi rispose, guardandomi con severità, che l'intenzione del governo era quella di vendere quel profumo in boccette ai pesci dell'oceano. Essi erano infatti convinti, dopo lunghi studi statistici, che i tonni e le sardine soffrissero di una profonda e cronica nostalgia per l'odore della superficie quando nuotavano nelle profondità degli abissi.
Nel secondo laboratorio, l'aria era resa irrespirabile da una polvere finissima.
Lì venni introdotto al cospetto di enormi macchinari a vapore che frantumavano, con un rumore assordante, grandi blocchi di pregiato granito elbano, riducendoli in poltiglia. Lo scopo dello scienziato a capo del progetto (un uomo che non si lavava la faccia da circa tre mesi per non perdere tempo prezioso) era trasformare la roccia dura in soffici nuvole artificiali.
"In questo modo," mi spiegò l'accademico con un sorriso fanatico, "potremo regolare il clima a nostro piacimento per la felicità dei turisti. Se un nobile desidera l'ombra, noi invieremo una nuvola di granito sopra la sua testa. Poco importa se per fare ciò dobbiamo distruggere e spianare tutte le montagne dell'isola".
Il terzo esperimento era, se possibile, ancora più ridicolo e bizzarro dei primi due.
Un team di biologi e farmacisti stava raccogliendo quintali di sabbia dalle spiagge dorate dell'isola, per poi sottoporla a temperature altissime.
Il loro fine era creare delle pillole dietetiche da somministrare ai cinghiali selvatici dell'isola. Secondo la loro teoria, queste pillole avrebbero dovuto saziare gli appetiti delle bestie, convincendole a diventare vegetariane e a non disturbare più gli orti degli abitanti, ignorando il fatto ovvio che un cinghiale non avrebbe mai scambiato una radice o una ghianda con una pillola di silice compressa.
In quel posto assurdo capii quanto gli uomini possano diventare folli quando smettono di guardare la realtà delle cose. Quegli scienziati spendevano fortune immense, tratte dalle tasse del popolo, e consumavano anni di studio per trovare soluzioni iper-complesse a problemi del tutto inesistenti, ignorando deliberatamente le necessità reali della popolazione e la natura meravigliosa, ricca e fertile della loro stessa isola.
4. Il Conflitto: La Ribellione di Rio
Tuttavia, non tutta l'isola accettava passivamente le stravaganze e le gabelle imposte dagli Elbani Superiori.
La città di Rio, situata nella parte orientale dell'isola e famosa fin dai tempi degli antichi Romani per le sue ricche e profonde miniere di ferro, decise di proclamare la propria indipendenza.
I cittadini di Rio, che erano minatori e artigiani, uomini concreti e legati al duro lavoro della terra, si rifiutarono categoricamente di pagare i tributi destinati al finanziamento del progetto dell'isola volante. Inoltre, per ordinanza del loro sindaco, vietarono l'uso degli schermi luminosi all'interno delle mura cittadine, ordinando al popolo di guardarsi nuovamente negli occhi quando si parlava.
La reazione del governo centrale di Portoferraio fu immediata, feroce e spietata. Non potendo utilizzare le armi tradizionali, poiché la polvere da sparo era considerata un metodo troppo antico e poco scientifico, gli Elbani Superiori decisero di punire la città ribelle "oscurando il sole" sopra di essa.
Per fare questo, misero in moto una flotta di giganteschi pannelli solari specchiati, montati su altissime impalcature di ferro semoventi lungo i confini del territorio di Rio. Questi specchi giganti venivano orientati in modo da intercettare i raggi del sole e farli riflettere altrove, lasciando la città di Rio immersa in una notte perenne, fredda e artificiale. Le coltivazioni iniziarono a marcire, gli animali morivano di freddo e i cittadini erano costretti a vivere alla luce delle torce.
La situazione sembrava del tutto disperata e molti parlavano già di resa incondizionata, ma i ribelli di Rio dimostrarono una straordinaria astuzia, figlia della loro conoscenza della terra:
Invece di disperarsi, il capo dei minatori ordinò a tutta la popolazione di scendere nelle antiche miniere di ferro abbandonate.
Utilizzando i vecchi binari delle ferrovie minerarie, tonnellate di ferro fuso e chilometri di enormi bobine di rame recuperate dai magazzini, i fabbri di Rio costruirono nel cuore della montagna un gigantesco e rudimentale generatore di contro-campo magnetico.
L'ottavo giorno dall'inizio dell'assedio luminoso, il macchinario venne attivato tramite la forza idraulica di un fiume sotterraneo.
L'enorme magnetismo sprigionato dalle viscere della terra creò un'interferenza elettromagnetica di una potenza incalcolabile. L'effetto fu fulmineo: tutti i computer, gli schermi portatili e i macchinari di puntamento degli Elbani Superiori andarono in cortocircuito con un grande scoppio di scintille azzurre.
I pannelli solari, rimasti privi di energia, si richiusero su se stessi con un fragore metallico. La calda luce del sole tornò a illuminare la felice città di Rio, mentre la capitale Portoferraio sprofondò nel caos e nella disperazione più totale. Gli scienziati e i nobili vagavano per le strade come ciechi, piangendo e urlando perché i loro telefoni erano ormai spenti e non emettevano più alcun rassicurante bip.
5. Conclusione: La Fuga e la Riflessione
Il terribile conflitto di Rio e le scene di follia collettiva a cui avevo assistito mi fecero comprendere che quell'isola non era più un posto sicuro per un viaggiatore amante della pace e della ragione come me.
Il collasso tecnologico causato dal contro-campo magnetico aveva gettato la parte alta della città nella carestia: gli Elbani Superiori, che non avevano mai imparato a coltivare un campo, a pescare o persino ad accendere un fuoco senza l'ausilio di una macchina o di un manuale su schermo, non sapevano come procurarsi il cibo e rischiavano di morire di fame pur essendo circondati da terre fertili.
Decisi dunque di abbandonare i dotti nel loro labirinto di disperazione e discesi lungo i sentieri selvaggi del Monte Capanne, fino a raggiungere una piccola caletta nascosta sulla costa meridionale, ben lontano dai laboratori e dalle accademie fumanti.
Arrivato sulla spiaggia di ciottoli bianchi, incontrai un piccolo gruppo di pescatori locali che stavano riparando le loro reti di canapa.
Erano uomini semplici, dai modi schietti e cordiali, con la pelle bruciata dal sole e dal sale, e le mani fortemente segnate dal duro lavoro del mare. Sul loro volto non vi era traccia di quella ridicola postura inclinata: essi guardavano fieri l'orizzonte, non possedevano schermi e non avevano la minima intenzione di far volare la loro terra nel cielo.
Essi, compresero subito la mia situazione, e si rivelarono gli unici abitanti dell'isola rimasti sani di mente.
Mi accolsero con straordinaria generosità, senza chiedermi passaporti o credenziali scientifiche.
Mi fecero sedere accanto al loro fuoco e condivisero con me una zuppa di pesce fresco e un boccale di vino rosso locale. Quando, preso dalla foga, raccontai loro le mie peripezie tra gli Elbani Superiori e gli esperimenti di Marciana Marina, quegli uomini scoppiarono in una sonora e terapeutica risata che risuonò per tutta la baia, confessandomi che avevano sempre considerato gli abitanti della parte alta come una manica di poveri matti da evitare accuratamente.
I pescatori, commossi dalla mia storia, mi offrirono generosamente un passaggio sulla loro robusta barca di legno, che l'indomani sarebbe salpata per trasportare merci verso le coste della Toscana.
Il mattino seguente, mentre la barca scivolava leggera sulle onde e l'isola d'Elba si allontanava lentamente all'orizzonte (finalmente libera da quella nebbia artificiale e restituita alla sua naturale bellezza selvaggia) mi sdraiai sulla prua a riflettere sulla bizzarra natura dell'animo umano.
Pensai a come gli uomini, spesso, accecati dall'orgoglio e dalla superbia intellettuale, preferiscano perdersi in astrazioni complicate, teorie cervellotiche e progetti di progresso assurdi che non portano alcun reale beneficio alla vita.
Nel fare ciò, essi finiscono inevitabilmente per distruggere, alienare e ignorare la realtà concreta, semplice, generosa e bellissima del territorio in cui hanno la fortuna di vivere, preferendo un'illusione virtuale alla verità della natura.