Elba Book 12 e la tenacia dei suoi naviganti

Che ci voglia un elbano errante come il protagonista impavido quanto rancoroso di Cacucci per mantenere vivi i presidi culturali più periferici? Se la domanda iperbolica si pone alla stregua di una provocazione, specie di fronte al trasformismo immobile dei nostri amministratori, ma di più, di fronte al solito approccio egoriferito trito e ritrito, noi di Elba Book preferiamo rinfoderare le lame e usare la parola in modo costruttivo, inclusivo e accogliente. Non siamo corsari, non ci muoviamo per razziare – nemmeno i contributi pubblici.

 

D’altronde, anche secondo Cacucci l’Elba è sempre stata un’isola accogliente per natura: dal principio lo scrittore la tratteggia quasi domestica, una piccola comunità di pescatori e contadini in cui Lucero e la sorella Angiolina vivono di calamari, orto, vigne e relazioni familiari. È una terra povera, ma abitabile serenamente, dove il mare è ancora fonte di sostentamento e di identità. Tuttavia quell'accoglienza viene spezzata dalla Storia con l'arrivo di Barbarossa, che la riduce a una frontiera del Mediterraneo con le case in fiamme e la sua gente massacrata, o deportata, le famiglie disperse e disperate. L'Elba non perde la sua bellezza, certo, ma diventa un luogo in cui nessuno può sentirsi davvero al sicuro.

 

Oggi, invece, chi abita l'isola continua a dimostrare un'ospitalità innata nei confronti dei forestieri, nonostante i bocconi amari; perciò non potevamo che restituire gratitudine e libertà di pensiero. Tanto che intorno al festival si è allargata a vista d’occhio la rete di persone, di professionisti nell’ambito culturale che hanno sposato la nostra causa semplicemente sulla base del nostro entusiasmo. Come un profumo che si lega al polso sotto il ticchettio convenzionale dell’orologio e non smette di trasportare il battito sanguigno. Professionisti che si sono imbarcati insieme a noi, così gli stessi “naviganti” della cara Rete Pym, per seguire rotte che non siano sempre ammorbate da un secondo fine utilitarista, dall’imperativo di un do ut des a ribasso, ma da uno scambio alla pari, una condivisione di prospettive, di un tempo che faccia bene, di parole che facciano bene.

 

Abbiamo già assistito alla falsa partenza del piccolo festival del Giglio, ma anche allo schianto prematuro di Grisù 451, a Ferrara, per motivi affini. Cecità patologica di chi dice di avere a cuore il territorio, ma si limita a foraggiare l’intrattenimento mordi e fuggi, perché si ferma inesorabilmente a soppesare il segmento, al bilancio fatto e finito di una stagione, alla superficie del Tirreno. Quando sarebbe necessario estendere l’ascolto to the open arms of the sea, quando l'orecchio per avvertire ciò che stride deve indugiare immerso sotto riva, vicino alla risacca che sfrega i sassi uno sull’altro.

 

La comunicazione della dodicesima edizione è stata tanto efficace poiché siamo stati capiti e accolti a nostra volta da un ufficio stampa torinese, Due Punti - www.duepunti-srl.it, che ci ha aiutato a orientare il timone, a spiegare le vele. Dopo la partenza di Claudia, che è rimasta comunque e sempre al nostro fianco, Simonetta, Sofia e Natalie hanno sostenuto i contenuti prodotti da Francesca, Pietro, Francesco e da me. In sostanza, si sono fidate sulla parola (e noi le ringraziamo ancora). 

 

Badate bene, però, le parole devono condurre a delle relazioni in carne e ossa, altrimenti finiremmo per accontentarci di un foglio di carta, per quanto esaltante, di una carta nautica dietro uno schermo. La parola chiave del 2026 è stata “tenacia”, innegabilmente, ma non quella di Lucero, il duellante del romanzo che combatteva mosso da un sopruso familiare, rischiando di svilire la sua forza d’animo a una bieca ostinazione dettata dalla sete di vendetta. O di rivalsa su un destino incompreso. La tenacia che ho compreso grazie a una lei che ha sostenuto ripetutamente il mio sguardo, guardando i miei occhi ordinari come ci si volge al porto di Rio all’imbrunire o alle luci lungo la costa nell’ora più incerta. La stessa lei a cui mettere al collo un doppio giro di ematiti – gli scherzi del ferro – quel residuo minerario elbano che è costato una fatica indicibile a generazioni di operai in condizioni inaccettabili, ma che continua a brillare nonostante tutto. E pur essendo nera come la notte, trattiene il sole sul corpo e lo rifonde speranzosa. La realtà tende a disperdere i progetti, a logorarli, mentre la tenacia oppone un "no" imperterrito a tale dispersione. È la decisione di continuare quando tutto suggerisce di fermarsi: ogni opera duratura – un amore, un libro, un festival – esiste perché qualcuno ha resistito più a lungo del naturale esaurirsi del suo stesso entusiasmo.

 

(riunione operativa)

Chi insiste costringe la realtà a fare i conti con la sua presenza, con il suo stare al mondo. Non sempre vince, ma impedisce che le circostanze rimangano esattamente com'erano e spalanca le prospettive del cambiamento. Ecco, noi continueremo a raccogliere quella speranza, a trasformarla oltre i pregiudizi e, persino, oltre gli ammanchi del passato. Di certo, non ci arrendiamo agli ormeggi e la nostra barra rimarrà a dritta. Buon Ferragosto,

Matteo