Il viaggio che non finisce mai
di Cosmin C. e Gioele R.
La notte fredda accoglie il nostro viaggiatore, don Gulliver, ormai l'unico rimasto sveglio della sua ciurma. È partito per un'avventura senza fine, senza sapere che si trasformerà presto in una delle tragedie più grandi della sua vita.
Gulliver si trovava sulla prua della nave a guardare le stelle; non sapeva dove stesse andando, ma si fidava dell'universo. Era così concentrato a guardare le costellazioni che il cielo gli offriva che, non facendo attenzione alla rotta, andò a sbattere contro uno scoglio. Sentì un boato sordo, il legno che si spezzava, le urla dei suoi compagni e, subito dopo, il buio totale.
Si risvegliò con il sale che gli bruciava le ciglia, la schiena piena di sabbia e un forte mal di collo. Aprì gli occhi e vide il sole che sorgeva davanti a lui: per la bellezza che emanava, sembrava quasi una storia.
Si domandò: "Ma dove sono finito?". Si mise a sedere e si guardò intorno: “Sembra una piccola isola. La mia ciurma dov'è? E la nave?”
Allora decise di alzarsi e di cercare la barca, anche se non sapeva bene da dove cominciare. Pensò che una buona idea potesse essere quella di nuotare dove l'acqua diventava più scura e profonda, sperando di vederla.
Non appena raggiunse dove non si vedeva più il fondo, vide il relitto: la nave giaceva sul fondo, tutta distrutta, e ormai era tutto perduto.
Disperato, decise di tornare a riva per decidere cosa fare. Nuotò fino alla spiaggia e si sedette su uno scoglio rattristato a pensare ai suoi dispersi compagni, poi scelse di addentrarsi per vedere cosa avesse da offrirgli quell'isola.
Lasciò la spiaggia e vide in lontananza una piccola città. Vicino alla sabbia c'era un cartello con un nome strano: "Pomonte".
Allora prese la stradina sterrata che portava verso il paese. A ogni passo rimaneva sempre più incantato dalla bellezza del posto: alberi maestosi pieni di colori, un'erba folta che sembrava un tappeto e dei paesaggi magnifici. Continuava a ripetersi in mente: “Pomonte, Pomonte... che strano nome, non l'ho mai sentito”.
Arrivato vicino alla città, si accorse che era popolata da persone minuscole.
Andò verso di loro cercando di far capire che veniva in pace, ma all'inizio i piccoli abitanti, terrorizzati dal gigante, non ci fecero caso e cominciarono a lanciargli lance e a sparare con i cannoni.
Poi però, vedendo che non aveva alcuna intenzione di fare del male e che i loro attacchi erano inutili, si calmarono e sperando nel meglio decisero di parlarci.
Il re della città gli andò incontro e disse: “Signorone, scusateci tanto pello spavento e per come ci semo mossi, ma a vedevvi così grande s'è pigliato un colpo a tutti! Che vi porta da queste parti, proprio qui a Pomonte?”.
Gulliver rispose: “Buongiorno, scusatemi tanto se vi ho fatto spaventare. Questa notte con la mia nave abbiamo avuto un brutto scontro con uno scoglio e mi sono svegliato qui. Scusi se glielo chiedo, ma dove siamo?”.
Il re rispose: “Ci dispiace pello spavento che v'è toccato. Vedete, questa è l'Elba, un'isola magica: qui la grandezza della gente va dietro a quanto è popolato il paese. Ora vi trovate a Pomonte, che è un posto piccolino e poco rinomato, e infatti siamo tutti tappi. Ma se andate nelle città più grosse, vedrete che anche la popolazione si fa gigante!”.
Gulliver rimase a bocca aperta per la sorpresa e domandò: “Interessante... che strana caratteristica. Volevo chiedervi: dove dovrei andare per trovare del legno, così da costruire una nave e andarmene?”.
Il re rispose: “Sentite a me, vi conviene anda’ a Marina di Campo: là c'è il mercatone e il legno pella barca lo trovate di sicuro. Però vi metto in avviso: le persone laggiù son molto più grosse di voi, vi parrà di vede' dei giganti! Noi non siamo soliti avventurarci, so più grossi di te! Ma se davvero volete prendete dritto di qui e andate dietro a questa stradina. Capirete d'andà bene quando la via comincerà ad aprirsi di più e tutto intorno vi si farà più grosso; a quel punto sarete quasi là”.
Gulliver ringraziò il re e si mise in cammino alla ricerca di Marina di Campo.
Passarono le ore, ma della strada più larga non c'era ancora traccia. Intanto calò la sera con un tramonto stupendo.
Ormai stanco morto per tutte quelle ore di cammino, Gulliver decise di riposarsi appoggiato a un albero.
Si sedette e si addormentò subito. Dopo qualche ora, però, si svegliò di colpo per un rumore. Si guardò intorno e sentì un fruscio tra i cespugli; si alzò di scatto spaventato e si arrampicò su un albero. Il rumore divenne sempre più forte, finché non sbucò un cinghiale che correva.
Allora Gulliver disse: “Ma vaffan…!”.
Decise comunque di rimanere sull'albero e, pian piano, si addormentò lì sopra.
Si risvegliò all'alba, scese dall'albero e si mise di nuovo a camminare. Dopo un po' vide che la strada si stava allargando: la cosa lo rese felice e gli diede la carica per continuare.
Dopo parecchio tempo vide il mare in lontananza; si avvicinò al ciglio della strada e si accorse di essere in cima a una montagna.
Si girò e vide finalmente Marina di Campo: era una città grandissima, con case giganti, un porto enorme e un sacco di uomini che trasportavano merci per caricarle sulle navi. Fece i salti di gioia pensando che finalmente sarebbe potuto andarsene da quell'isola, e si rimise in marcia il più velocemente possibile verso la città.
Giunto a destinazione Gulliver si dirige verso il centro dove gli abitanti, circa due volte la sua altezza, lo guardavano curiosi: alcuni semplicemente non abituati a vedere un uomo così piccolo, altri lo guardavano con disprezzo tale da mandargli insulti ai quali egli, intimorito, non diede risposta.
Il centro costeggiava la spiaggia ed il porto era pieno di navi ormeggiate molto simili alla sua.
A testa bassa andò da un falegname per poter finalmente ottenere della legna che appena lo vide disse: “Mezz’uomo benvenuto, di cosa ha bisogno?”
“Ho bisogno di legna, devo costruire una barca!”
Il falegname, un umile uomo di mezz’età che faceva quel mestiere da ormai tutta la vita, si incuriosì ma non volle farsi l’affari altrui e si attenne alle normali risposte che si danno ad un cliente ma con più entusiasmo: “Interessante, se la vuoi costruire tu stesso immagino tu abbia esperienza! Preferisci legno di Larice o Abete?”
“Abete sarebbe perfetto, ma buon uomo, io non posseggo alcun denaro e non ho modo di ripagarvi.. Avete qualche lavoretto per potermi far guadagnare due spicci? Ho davvero bisogno di quella barca.”
L’uomo rispose: “Ragazzo, ti donerò l’Abete di cui hai bisogno in cambio di un favore: Ho bisogno che mi aiuti a tagliare un albero grosso grosso, se tu si’ piccolo beh, quest’albero è gigante anche per me, ti aspetto domani mattina davanti il negozio, verrai con me.”
Gulliver accettò felicemente il lavoro - pover’uomo - pensò - la schiena deve ormai fargli male - e si diresse sulla spiaggia per potersi finalmente riposare dopo quella lunga camminata.
Calò la sera e Gulliver per colmare la tristezza e la solitudine si rimise ad ammirare le stelle nel cielo, nelle quali non aveva perso fede.
Le strade piene di gente si erano svuotate, le locande avevan chiuso, rimaneva solo il suono del leggero vento sulla sua faccia, lo sbattere delle onde sulla battigia e quello dei suoi passi quando sentì una voce, era il falegname che stava tornando a casa: “Oilà! Cosa fa ancora fuori a st’ora?”
“Non ho un posto dove dormire, sono naufragato su quest’isola perdendo i miei compagni”
Dopo un attimo di silenzio da parte del signore per lo stupore e il dispiacere della notizia propose: “Vien con me, se non hai posto dove dormir puoi venire a casa mia, così domattina saremo già pronti”.
Gulliver accettò calorosamente l’invito e passò la notte a casa del falegname.
La mattina seguente fecero bene conoscenza e si presentarono: “Io sono Gulliver, qual è il suo nome?”
“Bern” rispose “Prendi quest’ascia e avviamoci per l’albero, non abbiam tempo da perdere”
L’albero di cui Bern stava parlando era il Pinone, nei pressi di Lacona, un albero maestoso e gigantesco ma malato e con nessun altro destino se non l’abbattimento.
I due giunti a destinazione si misero all’opera che durò ben 2 intere ore (ricordiamoci che gulliver era molto più piccolo di Bern).
Abbattuto il tronco il compito di Bern era finito, ciò che sarebbe stato fatto dell’albero era a circospezione del Re di Marina di Campo.
Tornati alla Marina, i due erano ormai diventati amici, nel tempo insieme avevano preso confidenza anche se non troppa.
Bern come promesso donò a Gulliver l’abete sufficiente per costruire la sua barca ma decise di dargli anche un carro, un cavallo e altri attrezzi vari come cime, martelli e seghe ma non aveva tela alcuna. A Portoferraio le fabbricano bene e lì lo mandò con qualche soldo!
Gulliver raggiunse Portoferraio in 2 ore e mezzo dove venne colpito da un’altra sorpresa.
Gli abitanti erano perfino più grandi, 5 forse 6 volte più alti di lui e a causa delle dimensioni le loro corde vocali si sono adattate a parlare un’altra lingua. Gulliver non viene guardato male e disprezzato come a Campo poiché alcuni nemmeno lo vedono. Cerca di attirare l’attenzione dei passanti per informazioni ma anche se riesce non capisce e non comprende di cosa parlino.
Gulliver decise di capire com’era fatta la città, le case bloccavano la vista in ogni direzione e stando a terra rischiava di essere calpestato; vide scorgere da una finestra dei panni stesi ad asciugare ma uno in particolare catturò la sua attenzione: un lenzuolo così lungo da arrivare fino a terra!
Legò il cavallo ad un albero e corse subito verso di esso per arrampicarsi. Raggiunta la finestra e lottando le vertigini di quell’altezza riuscì ad agganciarsi ad una grondaia danneggiata che non arrivava a terra.
Finalmente sul tetto della casa vide una vista spettacolare; la cosiddetta Portoferraio era una città vasta e teneva quello che era il porto principale e più movimentato dell’isola. Navi andavano e venivano e gli scambi economici erano a gran lunga superiori di quelli di Marina di Campo.
Riuscì a capire dov’è il centro e dove avrebbe potuto guardar di comprare della tela per la sua barca; dal tetto vide una cordicella collegare due palazzi, con un coltello tagliò una delle cime e si calò giù per recuperare il carro e arrivare a destinazione.
Il centro era invalicabile, le persone erano troppe e sarebbe stato un suicidio immettersi nella folla perciò l’unico modo che aveva di muoversi era costeggiare i palazzi.
Dopo qualche sforzo raggiunse un negozio di stoffa, lì avrebbe trovato finalmente ciò che stava cercando. Entrò spingendo con fatica la gigante porta e si fece notare urlando e saltellando dal proprietario che parlò in quella strana lingua: “Alratuia ossop emoc, evlas?”
Che dice? - pensò tra sé e provò inutilmente a chiedere ciò di cui aveva bisogno: “Salve carissimo, avrei bisogno di tela per costruire ‘na barca, riesci a comprendere cosa dico?”
Il gigante rispose: “Ecaipsid im, icid asoc ocsipac non”.
Gulliver pensò che forse avrebbe dovuto parlare più piano per farsi comprendere dal venditore, e allora pronunciò parola per parola, scandendo bene con la bocca ma il venditore continuava a non saperne di capire, tantomeno con i gesti.
Gulliver, ormai rassegnato, capì che lì a Portoferraio non avrebbe trovato nessuna tela per la sua barca. Sconfortato e stanco di girare tra quelle case giganti, dove rischiava solo di essere calpestato, decise di riprendere il carro con il cavallo e di rimettersi sulla strada per tornare verso Marina di Campo.
Mentre era sulla via del ritorno, pur ammirando il paesaggio del mare, con la coda dell'occhio notò tra gli scogli un vecchio relitto di una barca abbandonata, ormai tutta arrugginita dal tempo. Gulliver scese subito a controllare, sperando che fosse rimasta anche solo una piccola tela, e con stupore vide che c’era ancora un pezzo di vela attaccato.
Tra sé e sé pensò: “Che fortuna!”. Prese il coltello, la tagliò, la caricò sul carro e ripartì in direzione del porto.
Arrivato a Marina di Campo, si diresse alla casa di Bern dove venne fatto restare per un’altra settimana, circa il tempo necessario per costruire la barca ed assicurarsi che tutto vada bene.
Lavorando ardemente Gulliver completò la sua barca e il gran giorno era arrivato, se ne sarebbe finalmente andato!
I due portarono la barca al porto e si salutarono calorosamente; Gulliver lo ringraziò per tutto ciò che aveva fatto per lui e in ricambio Bern donò viveri e bevande per il lungo viaggio.
Salito sulla barca nel porto, salpò via e disse: ”Finalmente me ne vado da quest'isola!”.
All'inizio sembrava che tutto stesse andando bene ma non appena fu in mare aperto, venne ostacolato dalle onde che iniziarono a farsi altissime. La barca veniva sbalzata da tutte le parti, finché un'onda più forte delle altre lo colpì in pieno e lo rispedì dritto sulla spiaggia di Campo lasciandolo a terra con la barca mezza distrutta, per la seconda volta.
Calò la sera e Gulliver, distrutto dalla fatica, scoppiò a piangere; non volle tornare da Bern e invece decise di salire sul punto più alto dell’Isola dove giunse per la notte.
Da là vide le stelle, le stesse che lo avevano messo in quella situazione, che avevano causato la morte dei suoi compagni e il senso di colpa uccise colui che un tempo era un avventuriero.
Senza aspettare la mattina si diresse a Pomonte, rubò un carro e arrivò nel meno tempo possibile, tornò alla spiaggia dove tutto era cominciato ed entrò nell’acqua gelida che lo fece rabbrividire.
Raggiunse a nuoto il suo relitto e stanco di tutto ciò si immerse senza intenzione di risalire. Si aggrappò all’albero, le mani grinzose e intorpidite dal freddo, non si era neanche tolto i vestiti. Il fiato diminuiva e la visione si faceva sempre più affannata, guardò un ultima volta la nave e nella sua testa pensò a casa, per un ultima volta. I suoi occhi si chiusero.
“Gulliver! Gulliver!”
“C-che cosa? Cos’è successo?”
“Ti sei addormentato, imbranato! Adesso alzati, siamo quasi arrivati a destinazione”
“E gli scogli? E il naufragio? E l’Elba?”
“Hai fatto ancora quel sogno? Non preoccuparti non è successo niente!”
E i compagni si misero a ridacchiare.
Gulliver si alzò e si guardò attorno felice come un bambino che, svegliatosi da un brutto sogno, trova la sua mamma a confortarlo con una carezza sul viso ed un forte abbraccio.
Salì a prua, guardò in alto nel cielo e fu pronto per un’altra delle sue fantastiche avventure.