Il viaggio mai concluso

di Andrea C., Greta D.L., Giulia R., Virginia S. e Isabel T.

Questo è il mio racconto, la mia metamorfosi, scritto a penna, anzi con quella penna grazie alla quale ho imparato a scrivere e che sono riuscito a tenere tra le dita pur essendo privo dell'opponibilità del mio pollice, al contrario degli esseri umani.

 

Prima che tutto questo iniziasse, la mia vita era confinata nel buio più totale. Mi trovavo al di sotto del ponte principale della nave, rinchiuso in una stiva umida e soffocante, dentro una gabbia di ferro così stretta che faticavo persino a girarmi o a respirare l'aria satura di fumo e carburante.

Ero lì dentro perché gli umani mi consideravano solo una bestia da esibizione, un intrattenimento esotico per i passeggeri, strappato alla mia terra per diventare l'attrazione di una crociera di lusso. In quella prigione galleggiante, il mio unico orizzonte erano le barre e il rumore assordante dei motori.

Il mio nome è Santhiago, o a dir la verità questo è il nome con cui venivo richiamato dagli ufficiali: questa sottospecie di oggetto galleggiante era un ammasso di ferro e di egoismo destinato a cambiare drasticamente le acque limpide dell'Arcipelago Toscano in una discarica vera e propria.

La nave era un grandissimo insulto al mare perché i passeggeri umani, nonché per la mia razza di scimmia denominati i “primati”, mangiavano in continuazione il pesce appena pescato, di cui però spesso si lamentavano perché ritenevano che avesse il sapore della plastica, mentre invece noi eravamo destinate a qualche brutale trattamento. Solita era l'organizzare serate a tema, che fossero temi più spensierati o più seri, e la scorsa venne dedicata ad una festa in maschera.

 

Inizialmente tutto andò bene: risate, drink, musica e divertimento, finché non esplose il caos più totale. Un tonfo, un urlo straziante e infine un liquido scuro e denso che iniziò a colare al di fuori del balcone di una cabina luminosa: SANGUE!

Ciò che successe davvero in quella cabina, la numero 167, non lo scoprii mai. Non feci in tempo neanche a realizzare cosa fosse appena successo che un odore ferreo e potente invase l'intera struttura, e l'intera imbarcazione venne violentemente scossa: la colpa fu di un megalodonte.

Venne attratto da quell'odore nauseabondo un animale così antico e remoto. Inutile dire che tutti i presenti furono terrorizzati, me compreso.
Ci fu come un fortissimo terremoto che mi fece uscire dal recinto e il mostro addentò lo scafo come se stesse mordendo un pezzo di pane; così facendo ingoiò una tavola su cui ero appena stato catapultato. Infatti, sia io che la tavola rimanemmo imprigionati nella gola del mistico squalo, che non fu in grado di staccarsi dal colosso di ferro.

Grazie agli altoparlanti presenti in ogni angolo della nave, riuscii comunque ad essere informato sull'evoluzione della situazione.

 

Ad un certo punto il comandante, che altro non sapeva fare se non contare i soldi incassati per i drink e per le vittorie a biliardo, cercò una soluzione all'imminente problema, e dopo svariati calcoli e analisi di diverse mappe, digitali e non, ordinò di cambiare rotta e di virare verso l'Isola d’Elba, che al momento era la più vicina e quindi la più facile da raggiungere anche con un tale danno all'imbarcazione.

La sfortuna, però, decise di continuare a tormentarci e, dinanzi le coste di Pomonte, la nave andò a scontrarsi su un maledetto scoglio.

Il colpo fu violento e il megalodonte riuscì a separarsi dalla fiancata e, stordito, mi lasciò uscire dalle sue fauci, assieme alla tavola che divenne la mia zattera.

Mentre venivo trasportato lentamente verso la riva, guardai il bastimento sprofondare sempre di più, e questo inquinamento divenne ciò che oggi chiamano “relitto di Pomonte”.

Tutti morirono; bambini, scimmiette, uomini e donne con abiti eleganti che divennero cibo per pesci (che avevano cercato di imitare nel loro buffet a bordo).

 

Raggiunsi, tra uno svenimento e l'altro, la riva di Pomonte, con gli arti rigidi e una sensazione di caldo nel mio corpo.

I miei occhi si illuminarono non appena vidi lei: una magnifica donna di cui poco dopo scoprii il nome, ovvero Belen.

Stava raccogliendo, con occhi pieni di tristezza e di rammarico, tutta la sporcizia portata dalla corrente sulla battigia. Era una ragazza splendida, slanciata e alta, con una folta capigliatura mora che le incorniciava il viso e con grandi occhi marroni che riflettevano la luce del tramonto. Sembrava quasi una divinità custode di quella spiaggia ferita.

Non appena mi notò, invece di scappare urlando, si avvicinò e mi chiese:
“Almeno tu sei vivo?”

Io, interdetto, sputai fuori dalla mia bocca un “sì” gracchiante e lei spalancò gli occhi.

“Parli!?” mi urlò contro quasi spaventata, ma allo stesso tempo affascinata.

“Osservo attentamente” risposi, accasciandomi sulla spiaggia. “Il mare è stato distrutto dalla vostra specie per una crociera di lusso, hanno rilasciato milioni di rifiuti là dove si cerca purezza e longevità”.

Sentendo quelle mie parole, Belen si sedette accanto a me, guardando l'orizzonte dove stava iniziando a prendere forma il relitto.

“È così” - disse - “viene definito ‘turismo’, ma è solo un’erosione per noi elbani. Navigano e passano qua davanti come se fosse una pista dei go-kart, quando in realtà stanno solo facendo del male alle specie che ci abitano”.

Detto ciò, Belen non esitò neanche un attimo ad invitarmi nella sua umile dimora, e io accettai all'istante, considerate le basse temperature della notte.

L'abitazione di Belen non era una casa moderna, ma una piccola casa in pietra lavica e granito, tipica delle zone interne dell'Elba, nascosta tra i rami di leccio a metà strada tra la costa selvaggia e l'inizio dei sentieri montani.

I muri erano spessi, fatti di pietre a secco rinfrescate dal tempo, parzialmente coperti da edera. Davanti all'ingresso c'è un piccolo tavolo di legno grezzo, dove Belen appoggiava le vecchie boe che raccoglieva sulle spiagge per dare loro una nuova vita.

All'interno, tutto parla di riciclo e rispetto per la natura. Ci sono mensole di legno recuperate dai vecchi legni portati a riva dalle mareggiate, piene di libri ingialliti, candele di cera d'api e barattoli di vetro contenenti erbe raccolte sulle colline.

Trovo rifugio in un angolo di una stanzetta, sopra un giaciglio fatto di sacchi di iuta puliti e foglie secche di castagno, un posto che profuma di terra e che lo fa sentire, per la prima volta nella sua vita, al sicuro dalla confusione del mondo esterno.

Un posto umile, insomma, che non toglie nulla alla natura dell'isola, ma sembra quasi farne parte.

 

La mattina seguente fu uno shock totale per i miei sensi di primate, abituato al chiuso della mia vecchia gabbia. Belen decise di portarmi via da Pomonte per nascondermi dagli sguardi indiscreti, muovendoci verso nord-est rispetto al punto del naufragio.

Superammo la costa occidentale e ci riparammo nei pressi del Cotoncello, una caletta magica vicino a Sant'Andrea, dove le scogliere di granito liscio sembravano sculture sull'acqua turchese.

Abituato al frastuono dei motori e alle grida sguaiate dei passeggeri, quel silenzio mi sembrò quasi surreale, spezzato solo dal canto delle cicale. Rimasi immobile per ore, scioccato da quella purezza e da una tranquillità così profonda che mi faceva quasi paura. Mi sembrava un paradiso.

Quando l'aria si fece fresca e il sole calò dietro l'orizzonte, Belen mi tese la mano e mi guidò verso la sua confortevole casetta.

Lì, mentre lei accendeva un piccolo fuoco, mi rannicchiai sul mio giaciglio. Quella notte dormii per ore, cullato da un silenzio mai provato prima, e mentre riposavo sentii i primi brividi di un cambiamento profondo sotto la pelle.

 

Il secondo giorno, lo shock iniziò a trasformarsi in normalità.

Svegliato dal profumo di mare e di terra, mi sentii pieno di una nuova energia.

Insieme a Belen decidemmo di addentrarci nei sentieri della Grande Traversata Elbana, la via che taglia le dorsali dell'isola. Camminando lungo le vie di granito circondate dalla macchia mediterranea, i profumi intensi del rosmarino selvatico mi riempirono i polmoni.

La mia agilità da scimmia mi permetteva di arrampicarmi facilmente sulle rocce verso le vette interne, ma sentivo che qualcosa dentro di me stava cambiando.

Quell'ambiente così vivo stava curando le ferite della mia prigionia. Il battito del mio cuore si era sincronizzato con il ritmo lento dell'isola. La quiete non mi spaventava più; cominciavo ad abituarmici.

Fu proprio durante quella faticosa camminata che avvertii la prima, dolorosa sensazione di maturazione. Una fitta mi partì dalla spina dorsale, mentre la mia mente si faceva sempre più complessa.

Rientrammo al rifugio che era già buio pesto, con i muscoli indolenziti ma la mente stranamente lucida. Belen mi offrì del cibo semplice e rimase a guardarmi in silenzio, notando come i miei gesti stessero perdendo la goffaggine animale.

Crollai in un sonno profondo e tormentato da sogni strani, popolati da navi che affondavano e foreste che crescevano. Durante quelle ore di buio, la mia fisionomia continuò a mutare in segreto.

 

Il terzo giorno, la transizione era ormai quasi completa. Mi svegliai e mi accorsi che la mia prospettiva era cambiata: vedevo il mondo da più in alto. Scesi dalle colline camminando stabilmente su due zampe, di fianco a Belen.

Quella natura che quarantotto ore prima mi era sembrata un miracolo alieno, ora era diventata la mia casa, la normalità quotidiana a cui non volevo più rinunciare. Avevo fatto l'abitudine alla trasparenza dell'acqua e alla pace dei boschi, e proprio per questo l'idea che qualcuno potesse distruggerli mi faceva imbestialire.

Tornati a casa per l'ultima volta prima del compimento del mio destino, passai le ore successive a fissare le mie mani davanti al camino spento. La transizione finale richiedeva l'ultimo tributo di sofferenza.

 

La metamorfosi si compì definitivamente la sera successiva. Fu un processo alquanto doloroso, dove la mia peluria scomparve radicalmente e la mia schiena si raddrizzò del tutto. Inoltre, il mio pollice iniziò a trovare la sua “opponibilità”, pur rimanendo storto.

“Sembri cambiato” disse Belen la quarta sera di questo mio nuovo viaggio, mentre guardavamo dall'alto le luci e le strade tortuose che portano a Marina di Campo.

“A quanto pare, piano piano sono diventato come te” risposi. “Forse il mare voleva che anch'io cambiassi e mi rendessi testimone della fine di quel mostro d'acciaio”.

“La gente tornerà, costruiranno nuove scialuppe e penseranno che la natura sia infinita” mi controbatté lei, accarezzandomi la testa.

Sentii della rabbia amara scorrere nel mio corpo e urlai un: “Che tornino! Ma non sarò io a scappare dalla loro stiva adesso!”

 

Mi guardai addosso. Non ero più una scimmia. Ero un uomo pronto a difendere l'ultima isola rimasta inviolata dal cinismo.