Gulliver: il quinto viaggio
di Lara C., Sofia C., Emma G., Tommaso D.Z., Marta V., Irene P. e Mariamo S.
Navigando ormai da tre settimane sotto il sole di Luglio, Gulliver guardava pensieroso l’ennesima isola che non era la sua, quando un boato gli risuonò nelle orecchie.
Il capitano, che fino ad allora era rimasto quieto, iniziò a impartire ordini all’equipaggio con voce autoritaria, facendo capire la condizione in cui si trovavano.
Gulliver profondamente scosso si mise a cercare la causa di quell’intenso rumore: si voltò verso il mare e il fumo lo condusse ad una bocca di cannone in bronzo ad avancarica, quando la nebbia creata dall’attacco si diradò, riuscì a scorgere il resto della nave.
A prua, proprio accanto al timone, una sagoma girata verso di lui, stava lì come per vedere se tutto andasse come previsto, notò il suo cappello stranamente pendente da un lato, e in quel momento un marinaio gli venne vicino e disse: “Ci avevano avvertiti su di lui, è qui in esilio ma comanda come un imperatore, Napoleone lo chiamano”.ù
Gulliver sentì del gelo alla caviglie, abbassando di poco lo sguardo vide l’acqua dilagare per la nave entrando dal foro della palla di cannone, non sapeva bene cosa fare, iniziò ad aiutare gli altri dell’equipaggio a tirar fuori più secchi d’acqua possibili, ma era ormai tutto inutile, la nave stava affondando e le scialuppe di salvataggio, rubate dai più codardi, si stavano già allontanando dietro le onde create dal caos delle due navi.
Prima che se ne accorgesse, Gulliver aveva l’acqua all’altezza del petto e non restava altro da fare che nuotare, riusciva a vedere solo i propri compagni annegare e gli scogli insidiosi che sporgevano dall’acqua tempestosa, ma nemmeno l’ombra di una riva sicura.
Senza più uno stimolo per sopravvivere, la forza di Gulliver diminuiva in fretta e così chiuse gli occhi; quando li riaprì, una gran luce lo abbagliò, non capiva dove era, se era vivo o morto, dopo circa un quarto d’ora nella stessa posizione, decise di mettersi seduto sulla sabbia su cui era sdraiato da 13 ore ma che sentì solo in quel momento. Cercò con lo sguardo un punto di riferimento per ricondurre la memoria a ciò che era accaduto, vide gli scogli, e da lì capì che non c’era nessun altro oltre a lui in quella che sembrava l’isola che osservava dalla sua nave andata in pezzi.
Aspettato ancora qualche minuto per assimilare la situazione, Gulliver decise di alzarsi finalmente in piedi ma le sue gambe cedettero subito; allora si trascinò con le braccia, già più sveglie, al primo albero che gli faceva ombra.
Qualche metro distante vide prima uno strascico bianco e poi il corpo che lo indossava, una ragazza minuta con lineamenti soffici, pelle dal colore perlaceo, occhi azzurri come il cielo sereno e dei capelli castani che le cadevano sulle spalle.
Questa si girò e per quell’uomo già estenuato fu un altro colpo, notando le sue condizioni lei gli venne in contro e inginocchiandosi al suo fianco gli chiese se stesse bene e cosa gli fosse successo.
Poche parole uscirono dalla bocca di Gulliver, forse per la stanchezza forse per altro, ma a lei bastarono per capire del naufragio.
La donna, Paolina, non aveva fretta quel giorno, quindi decise di aspettare la ripresa del ragazzo sconosciuto per vedere cosa sarebbe successo.
Ci volle un po’, Gulliver era stremato e aveva ingerito molta acqua salata che gli faceva perdere ancora di più la voglia di parlare, ma la sua natura da gentiluomo gli fece ritornare la voce piuttosto presto. Le prime parole che disse furono in inglese britannico, e notando che Paolina gli sorrideva con quell’aria di chi non ha capito niente ma ha comunque intenzione di non sembrare scortese, capì che quest’ultima non conosceva l’inglese; tuttavia Gulliver, grazie a tutti i suoi lunghi viaggi, conosceva molte lingue.
Le chiese se lo capiva in spagnolo, ma nessuna risposta, rifece la domanda in francese e finalmente parve aver azzeccato. "Ora ti capisco straniero” rispose Paolina.
Sempre con la voce rauca ma con una nuova enfasi ritrovata Gulliver disse: “Grazie al cielo, stavo per esaurire le lingue” aspettò una risata da Paolina ma lei sembrava molto più curiosa su chi fosse e cosa gli fosse successo.
“Il mio nome è Lemuel Gulliver, sono un marinaio di una nave mercantile… almeno lo ero, fino a ieri”
Anche Paolina si presentò, senza però entrare nei dettagli di chi fosse effettivamente, Gulliver immaginò che fosse semplicemente timida e decise di non forzarla a condividere ulteriori informazioni “So che non mi conosci e nemmeno io conosco te, ma quest'isola è molto lontana dalla mia famiglia e voglio tornare da loro il prima possibile, ho bisogno di un aiuto per ottenere una nave e una bussola, ho perso tutti i miei averi ma troverò il modo per ripagarti”
Paolina sembrò pensarci su, in realtà aveva già deciso che voleva vedere come andava a finire la storia ma il suo carattere ribelle le faceva sempre fare queste scene.
“Non lo so… io di soldi ne ho abbastanza, non vedo a cosa me ne servirebbero altri”
“Parleremo dopo di come posso restituirti il favore, per ora mi serve semplicemente un aiuto per tornare a casa mia”
Il tono di voce di Gulliver era intatto ma verso la fine della frase le parole si erano un po’ spezzate, non per l'acqua salata.
“Va bene, Gulliver, di navi qui ce n’è in abbondanza ma riguardo alla bussola…”
A Gulliver non piacque quella frase incompleta:
“Cosa non va con le bussole?”
“Nulla in sé, il fatto è che vengono costruite tutte in un solo posto, per via dei materiali necessari”
“Quanto dista da qui questo posto?”
“Quasi cinque ore camminando”
Gulliver era già stato messo alla prova abbastanza quel giorno, non sarebbe riuscito a camminare così tanto.
“Non credo di riuscirci, le mie gambe mi reggono a malapena”
“Sei fortunato, Gulliver”, Detto questo Paolina si mise un suo braccio sulle spalle e lo aiutò a muoversi di qualche decina di metri, davanti a lui c’era un cavallo.
I due gli montarono su e Paolina cominciò a farlo trottare, si vedeva che era brava, per questo Gulliver si chiese se per tutto quel tempo avesse parlato con una nobile; non ebbe nemmeno il tempo di finire il ragionamento che si addormentò: Paolina l’aveva previsto e per questo scese dal cavallo per riposizionarsi dietro di lui, in modo da sorreggerlo per non farlo cadere mentre andavano.
Quando Gulliver si svegliò, si aspettava di tutto tranne che quello che stava vedendo.
Si alzò, si guardò intorno e credette di stare ancora sognando. “E ora perchè mi ritrovo in una grotta?”
Paolina era un attimo più in profondità e, sentita la voce di Gulliver, ritornò indietro da lui.
“Questa è la grotta dove si raccoglie il materiale per le bussole” Gulliver stava urlando già a metà della frase, aveva visto uno degli esserini che abitavano quel posto.
“Oh no, perchè ogni volta che naufrago in qualche posto ci sono esseri malvagi?”
Paolina non si aspettava una reazione del genere dall’uomo che aveva conosciuto prima.
“Calmati Gulliver, questi sono i Cap-Liv, e sono completamente pacifici, anzi sono proprio loro ad estrarre il materiale”
Dopo quella risposta, Gulliver rimase indeciso: assecondare la propria curiosità e sommergere tutti di domande, oppure calmarsi e ricordare il vero motivo per cui si trovava in quella grotta, accanto a una bellissima ragazza e a quelle strane creature.
Dopo un'attenta riflessione, decise di seguire il proprio raziocinio, evitando di infastidire Paolina con tutte quelle domande. “Se sono davvero loro a poterci fornire il materiale che mi serve per la bussola, perché siamo ancora qui a mani vuote invece di averlo già tra le nostre?”
“Caro Gulliver, lo so che è difficile da credere, ma i Cap-Liv, pur essendo completamente pacifici, non si fidano così facilmente degli estranei. Soprattutto a chi varca la soglia della loro dimora con gli occhi puntati soltanto sul prezioso materiale che custodiscono ”
Gulliver allora iniziò a chiedersi come Paolina, una ragazza di tale bellezza e portamento, uniti a un pizzico di egocentrismo, potesse conoscere degli esseri simili, abitanti delle miniere. Ma, oltre a questo, una domanda gli balenò in testa con tale forza da spazzare via ogni altro pensiero: come avrebbe potuto fare in modo che le creature che aveva di fronte a lui iniziassero a fidarsi?
Gulliver rimase in silenzio per qualche secondo, osservava i Cap-Liv mentre si muovevano nella caverna con movimenti lenti.
Erano poco più bassi della sua vita, con braccia sottili e dita abbastanza lunghe per scavare tra le lucenti rocce senza frantumarle.
Avevano dei piccoli occhi carichi di energia che però non erano valorizzati a causa della poca luce nella caverna, la bocca era sottile, le labbra si aprivano a malapena e quando succedeva la gola realizzava suoni metallici e brevi, che però echeggiavano nella grotta e davano un senso di inquietudine a Gulliver.
Il naso era poco più grande degli occhi e indossavano indumenti creati con fibre minerali intrecciate a dei sottili fili argentati. Uno dei Cap-Liv si avvicinò a Gulliver lentamente e visibilmente impaurito.
Anche Gulliver si mostrò intimorito irrigidendosi, quando sentì qualcosa che gli toccava la spalla: era la mano di Paolina.
Gli disse: ”Ricordati che sei tu che vuoi qualcosa da loro e per ottenerla devono sentirsi al sicuro e devono essere certi di potersi fidare”.
Il Cap-Liv inclinò la testa verso di lui, rimanendo sempre pronto a qualsiasi pericolo, e indicò la bussola rotta che Gulliver teneva ancora infilata nella cintura. Gulliver non capiva e cercava conforto nello sguardo di Paolina.
Paolina, che aveva maggiore esperienza con queste creature e riusciva a capirle meglio di lui, spiegò: “Ha capito il motivo per cui siamo qui".
“Davvero?” disse Gulliver ancora timoroso, lei annuendo disse: ”Vuole aiutarti ma ad una condizione”.
L’uomo spostò nuovamente lo sguardo sull’esserino di fronte a lui, così piccolo, ma allo stesso tempo dagli occhi tenaci; gli prese la mano con la sua zampetta e indicò con l’altra un lungo corridoio che si estendeva di fronte a loro.
Gulliver, inizialmente, era stranito, quasi disgustato al primo contatto con la pelle ruvida del Cap-liv, ma, quando cominciò a tirargli gentilmente il braccio nella direzione in cui stava guardando, capì che voleva mostrargli qualcosa.
Così si lasciò guidare lungo il cupo sentiero, con Paolina al suo fianco, che lo rassicurava, avendo notato il suo volto preoccupato. Durante il loro tragitto, notò che la via principale si divideva in molteplici strade secondarie che scendevano in profondità: Paolina gli spiegò che erano tutti tunnel che portavano a diversi siti di scavo del materiale da loro ricercato, e che le piccole creature lavoravano ininterrottamente giorno e notte per ricavarlo.
Finalmente, si fermarono in una saletta accogliente, illuminata da torce che pendevano dal soffitto, con pareti ornate con pitture rupestri e al centro un grande trono scolpito in un materiale nero scintillante, dove sedeva un Cap-liv con in testa un copricapo di forma particolare.
Arrivati a suo cospetto, l’esserino mollò la presa e si inchinò, Paolina fece lo stesso ed esortò anche Gulliver a farlo.
La creatura si alzò dal trono e iniziò a parlare una lingua a lui sconosciuta: “Salve, mi è stato riferito dal mio aiutante, qui presente, che sareste arrivati. Sono la regina di questa civiltà, gestisco gli scavi e l’utilizzo del minerale di cui abbonda la nostra terra. So che tu sei qui per questo”.
Gulliver si voltò confuso verso Paolina e lei subito dopo iniziò a tradurgli quella lingua da lei già imparata.
"Ehm… Si, in che modo posso ottenerlo?”
La regina lo esaminò attentamente prima di rispondere: “Non penserai di poter semplicemente prendere il nostro tesoro, vero? Prima di poter mettere le mani sul prezioso Liv-ore, dovrai guadagnarti la nostra
fiducia superando delle prove”.
L’uomo, sentendosi quasi minacciato da quegli occhietti, enunciò pregando: “Farò qualsiasi cosa”, e si alzò in piedi, determinato.
La Cap-liv invitò la ragazza verso di lei con un gesto della zampa e le consegnò un foglietto, una lista scritta in caratteri non esistenti nel francese, ma della lingua locale.
Con un rispettoso saluto, i due si precipitarono fuori dalla grotta e Paolina iniziò a leggere le iscrizioni, traducendole nella sua lingua: “Allora, dovrai raccogliere degli ingredienti che servono per produrre il combustibile per un macchinario usato nelle miniere. Servono: dei ramoscelli di una pianta, la Fiotora, che cresce sulla cima del Monte della Croce; qualche manciata di zolfo e pirite, presi nelle vicinanze del laghetto di Terranera; il sangue dei pesci della spiaggia dell’Innamorata”.
Gulliver, preoccupato per la varietà di oggetti da recuperare, domandò a Paolina, che stava già camminando verso i cavalli: “Sono cose facili da reperire?”
“Si, sono abbastanza comuni”
“Perchè mandare me come prova, allora?”
“Non sono esattamente nei paraggi”
“Quanto distano da qui, questi luoghi?”
“Meno della spiaggia dove ci siamo conosciuti, ma è meglio se iniziamo ad incamminarci”
“Verrai con me?
“Certo, non riusciresti mai a trovare la strada senza il mio aiuto”.
L’uomo fissò gli occhi su di lei per un po’, studiava bene il suo viso, all’apparenza saccente, ma che lasciava trasparire una velata tenerezza.
“Grazie”.
I due iniziarono il loro viaggio dopo aver deciso l’ordine delle tappe: raccogliere i minerali a Terranera, la più lontana dalla loro ubicazione, e al ritorno scalare il Monte della Croce, infine passare dall’Innamorata.
Arrivati finalmente al laghetto, si fecero strada in un viottolo nascosto che li portava dall’altra parte del corpo d’acqua e accaparrarono i materiali richiesti.
Il tragitto per recuperare la Fiotora, invece, fu lungo e faticoso, il sentiero era da percorrere a piedi, ed era tutto in salita.
Per renderlo meno noioso, cominciarono a parlare del più e del meno, intrattenendosi a vicenda, ridendo e scherzando, anche dopo aver raccolto ciò che cercavano.
L’ultimo ingrediente non fu una passeggiata da reperire: le creature marine erano viscide e gli scivolavano dalle mani, ma, consapevoli che sarebbe stato l’ultimo sforzo, si impegnarono per catturare qualche pesce.
Prima di rimettersi in viaggio, Gulliver si prese un momento per guardare l’orizzonte, il mare infinito che lo bloccava su quell’isola, e sentì nostalgia di casa: Paolina se ne accorse e provò, invano, a tirargli su il morale.
“Non essere giù, tra poco arriveremo dai Cap-liv e potrai tornare a casa!”
“Non so… E se naufragassi di nuovo?”
“Non essere ridicolo, non può succedere due volte, giusto?”
“La mia imbarcazione non è affondata per maltempo o per aver urtato degli scogli: una palla di cannone ci ha colpito. Proveniva da una nave gigantesca, il capitano aveva detto, se non ricordo male, si trattasse di un certo Napoleone; potrebbe essere sempre lì, pronto ad attaccare di nuovo”.
La ragazza lo guardò inorridita, sorpresa dal sentire la sua storia. Il tragitto per la grotta dei Cap-liv si fece da lì più silenzioso.
Ritornati alle miniere di Capoliveri, Gulliver, avendo capito che il loro tempo insieme stava per giungere al termine, decise confessarle ciò che sentiva.
La trattenne prima di entrare nella grotta: “Paolina, anche se passato così poco tempo, è da quando ti ho vista in quella spiaggia quel giorno che doveva essere il mio ultimo, che non penso ad altro oltre alla pace che tu mi hai portato e che nessuno mi ha fatto mai conoscere prima d’ora”
Paolina rimase ferma un attimo e l’unica cosa che gli venne in mente era l’attacco di suo fratello, Napoleone.
“Gulliver, io…noi.. non possiamo, mi dispiace davvero” ed entrò nella grotta consegnando i materiali che lei portava.
Gulliver la rincorse, ripose gli altri materiali e si avvicinò a lei, che stava cercando di andarsene il prima possibile dopo aver reperito la nave e la bussola a quell’uomo che adesso non riusciva più a guardare negli occhi.
“Paolina io non credevo che ti potesse dare fastidio, siamo stati bene insieme e pensavo che..”
Gulliver non fece in tempo a finire la frase che Paolina decise di punto in bianco di rivelare la verità che la stava facendo soffrire.
“Il capitano che ti ha attaccato è mio fratello… non avrei voluto dirtelo, ti prego non adirarti con me”
“Paolina, non mi interessa, te mi hai aiutato, mi hai salvato e questa rivelazione non cambierà nulla in quello che provo per te” “Gulliver…grazie davvero, ora prendi la tua barca e la bussola e torna a casa”
Gulliver ci pensò qualche secondo ma finalmente era riuscito ad ottenere quello che desiderava, allora perchè si sentiva così affranto?
Una volta reperiti sia la barca che la bussola e qualche marinaio, salutó Paolina e salpò dalla spiaggia di Naregno. Il viaggio cominciò senza intoppi.
Dopo una settimana di viaggio, arrivato allo stretto di Gibilterra fermatosi per raccogliere delle provviste scese dall'imbarcazione e andò a cercare un posto per la notte.
Prima di addormentarsi ripensò alla strana esperienza che aveva avuto la settimana prima e a Paolina, chiedendosi cosa stava facendo in quel momento e se, magari, anche lei stava pensando a lui.
Gulliver si addormentò poco dopo con in testa l'immagine della bellissima ragazza che solo pochi giorni prima l'aveva aiutato a lasciare l'isola e tornare a casa in Inghilterra.
La mattina successiva mentre si dirigeva al porto per prendere il largo e tornare a casa, con la punta dell'occhio scorse, in mezzo alla folla, una fanciulla familiare, e pensando di aver visto Paolina ,e si avvicinò soltanto per scoprire con rammarico che era soltanto una ragazza del posto.
Durante il tragitto restante rimuginó su quello che era successo poco fa e una volta arrivato all’imbarcazione annunciò al suo equipaggio che ci sarebbe stato un cambio di programma e non avrebbero varcato lo stretto ma sarebbero tornati all'isola d'Elba.
L'equipaggio, all'inizio sorpreso dalla decisione di Gulliver, ricalcolò la traiettoria e finita di ricaricare la barca con le provviste partirono in direzione dell'isola.
Durante la settimana di viaggio i pensieri di Gulliver erano rivolti completamente a Paolina e pensava a come dire a questa il perché del suo ritorno, anche se non gli venne nemmeno un'idea.
Dopo quasi sette giorni di navigazione cominciarono a intravedere l'isola e solo in questo momento Gulliver comincio ad essere intimorito al pensiero di affrontare di nuovo quello che gli era successo quando per la prima volta si era avvicinato all'isola: un altro scontro con Napoleone.
Gulliver aveva pensato pensato di arrivare sull'isola tramite il di Marciana Marina e andare poi a piedi alla spiaggia dove aveva incontrato per la prima volta Paolina, la quale distava solamente un'ora di cammino dal porto del paese, sperando di trovare nuovamente Paolina in quel luogo.
Fortunatamente Gulliver riuscì ad arrivare sull'isola sano e salvo e mentre i marinai sistemavano l'imbarcazione lui si diresse in direzione della spiaggia. Arrivato alla spiaggia non trovò Paolina, ma sperando che prima o poi si sarebbe presentata e stremato prima dal viaggio in barco e poi dalla lunga camminata decise di riposarsi all'ombra di un albero.
Quando si risvegliò seduta accanto a lui trovò Paolina. La luce del tramonto dietro di lei formava un’aureola intorno al suo viso, facendola sembrare quasi un angelo, e in quel momento, Gulliver, capì che la sua casa era proprio in quegli occhi blu.