Gulliver alla ricerca dell'oro

di Daniele, Leonardo, Christian, Mattia e Greta

 

INTRODUZIONE

Il sole calava dietro i tetti di Roma quando il dottor Marcus Gulliver uscì per l’ultima volta dal palazzo dell’Istituto di Scienze.

Nelle grandi aule di questa città, dove lo studio della natura era fermo a vecchie regole scritte nei secoli passati, le sue idee erano state accolte con incertezza e disprezzo.

Gulliver era un geologo di grande ingegno, ma i suoi superiori lo consideravano semplicemente un pazzo. Aveva osato presentare una teoria rivoluzionaria.

Infatti, basandosi sullo studio degli strati rocciosi, sosteneva che nelle profondità dell’Isola d’Elba si nascondessero enormi giacimenti di oro puro. Per i professori romani, quella tesi era una follia.

L’Elba, secondo i  racconti di molte persone, era solo una terra spaventosa e maledetta. Si parlava di navi scomparse nella nebbia, di bussole che impazzivano e di equipaggi svaniti nel nulla senza lasciare traccia. Nessuno scienziato sano di mente si sarebbe mai avvicinato a quelle coste.

Ma Gulliver non temeva le leggende: credeva solo nei dati, nei numeri e nell’osservazione diretta, proprio come un vero uomo di scienza. Per riabilitare il suo nome e dimostrare la veridicità delle sue scoperte, decise di organizzare una spedizione segreta.

Radunò una squadra di cinque persone, ciascuna con un compito preciso.

C’era il fedele Luxel, il suo braccio destro e assistente di laboratorio, un uomo metodico e preciso, pronto a catalogare ogni pietra. Poi Loris, un esperto meteorologo che sapeva prevedere i temporali e le variazioni di pressione ma che era stato cacciato dalle accademie per le sue teorie insolite sul magnetismo dell'aria. C’era anche Alaric, un giovane operaio di vent’anni, forte, agile e robusto, indispensabile per trasportare le pesanti attrezzature da scavo. Infine, Gulliver dovette chiedere aiuto a suo cugino Kaos, un uomo dal passato poco pulito e dai modi rudi, ma proprietario della Vixen, una solida imbarcazione da carico non registrata nei porti ufficiali, perfetta per salpare dalla terra ferma senza dare nell'occhio.

 

 

LA PRIMA SPIAGGIA DELL’EQUIPAGGIO DI GULLIVER

Il viaggio nel Mar Tirreno iniziò con tantissime speranze, ma non appena la Vixen entrò nelle acque dell'Elba, le leggi della natura sembrarono ribaltarsi.

Loris notò che la pressione dell'aria scendeva a livelli mai visti, come se un vuoto invisibile stesse risucchiando l'atmosfera. Una nebbia fitta e pesante avvolse la nave, e una forte corrente sottomarina, impossibile da contrastare, la spinse a forte velocità contro le secche sabbiose della costa di Campo nell'Elba. L'impatto fu talmente violento che  il fondo dello scafo si squarciò e l'acqua iniziò ad entrare.

L'equipaggio riuscì a trascinare la nave a riva. Per ripararla occorrevano legname e tempo, così Gulliver decise di esplorare l'entroterra a piedi con i suoi compagni.

Camminavano su quella che sembrava una distesa di fango inaridito o sedimento pelitico, come pensò subito il geologo, un terreno in apparenza solido e abbastanza sicuro. Ma quella terra celava un segreto che a primo impatto nessuno avrebbe mai potuto notare. Si trattava del Litho-Parassita, un organismo vivente formato da miliardi di microscopiche particelle silicee capaci di muoversi insieme formando una massa enorme.

Questa creatura sfruttava una proprietà fisica chiamata tixotropia. Finché nessuno la disturbava, l'argilla rimaneva dura e solida come il cemento. Ma non appena percepiva le vibrazioni dei passi umani, la pressione rompeva i legami tra le particelle, e la roccia si trasformava all'istante in un liquido denso e mobile, una vera e propria sabbia mobile intelligente, capace di imbrogliare anche uno studioso come Gulliver.

Alaric invece, che camminava in testa al gruppo portando sulle spalle i bauli più pesanti, fece un passo più fondo degli altri e sprofondò fino alle ginocchia. Spaventato, cercò di muoversi per tirarsi fuori, ma il suo movimento cessò per un istante: quel momento di quiete bastò al mostro per ricompattarsi immediatamente.

L'argilla si indurì di colpo, bloccando le gambe del ragazzo come una morsa mortale. Gulliver si accorse del pericolo quando vide il fango cambiare colore attorno alle gambe di Alaric, diventando di una tinta violacea: il parassita stava assorbendo il calcio e i minerali direttamente dalle ossa del giovane per nutrirsi.

Kaos afferrò una pala per scavare, ma Gulliver lo fermò subito: colpire il terreno avrebbe solo creato nuove vibrazioni, liquefacendo ancora di più la trappola.

Il geologo mantenne la calma e tirò fuori dalla borsa uno strumento di sua invenzione: un grande diapason meccanico progettato per emettere vibrazioni continue a una frequenza specifica. Conficcò lo strumento nel terreno e lo attivò. Le onde sonore costanti costrinsero le particelle silicee a rimanere separate e fluide. Grazie a questo trucco, Luxel e Kaos riuscirono a liberare Gulliver e Loris che stavano per affondare, ma per Alaric era troppo tardi.

Il mostro aveva già consumato le sue gambe, e il giovane morì per lo shock. Quando Gulliver spense lo strumento, il fango tornò a essere una fredda distesa di pietra, custode della loro prima perdita.

Tristi e spaventati, i quattro superstiti salirono verso le colline fino al paese di San Piero.

Lì Gulliver esaminò le rocce locali, contenute in una meravigliosa cava situata alle spalle del piccolo paesino: non c’era oro, ma c’era un'incredibile abbondanza di tormaline e di elbaite, un minerale specifico che prende il nome dall’isola in cui è stato scoperto. Vendendo questi cristalli a dei commercianti un po' stravaganti  del posto, Kaos ottenne il denaro necessario per pagare i carpentieri dell'isola.

La Vixen venne riparata e rinforzata con legno locale. Con la nave di nuovo in sesto, Gulliver decise di ripartire e circumnavigare l'isola verso nord, convinto che il viaggio dovesse continuare, nonostante fossero tutti distrutti dalla terribile perdita di Alaric.

Il viaggio verso la costa settentrionale si rivelò un incubo. Prima della partenza, nel paese di San Piero il gruppo venne a conoscenza, da alcuni  anziani del  paese, della presenza intorno all’isola di una maledizione vincolante.

Questa maledizione colpiva molti dei marinai e tutte le persone che volevano abbandonare l’isola: una volta distanti otto miglia dalla costa la maledizione si attivava e rendeva difficilissima la navigazione, perché il mare cominciava e biancheggiare e il vento a soffiare senza una direzione precisa.

Per gli abitanti dell’isola era una complicazione quasi insostenibile, visto che rendeva molto complicata la comunicazione con il continente. Per evitare il disastro, Kaos spinse la nave all'interno del porto sicuro di Portoferraio, gettando l'ancora vicino alle maestose Fortezze Medicee. Mentre Kaos cercava un fabbro per riparare i perni del timone, comunque danneggiati dalle intemperie, Gulliver guidò la squadra nelle gole rocciose dietro la città, attirato da pareti di pietra lucida e scura.

Fu all'interno di una stretta gola che si trovarono di fronte allo Spettro di Mica. Questa era una creatura altissima, di circa tre metri, ma incredibilmente piatta, quasi bidimensionale, come un foglio di carta. Il suo corpo era formato da strati sovrapposti di mica trasparente e da sottilissime lamine di oro splendente.

Quella creatura era un inganno per gli occhi. Sfruttando le leggi della fisica, in particolare la birifrangenza e la riflessione totale, lo Spettro inclinava le sue scaglie minerali per deviare i raggi del sole.

In questo modo poteva diventare completamente invisibile, mostrando al suo posto la roccia che stava dietro di lui, oppure poteva proiettare nell'aria dei miraggi, come immagini sospese della città di Portoferraio, per confondere i viaggiatori.

Inoltre, quando si spostava, l'attrito delle sue lamine d'oro produceva un ultrasuono fastidioso che causò una forte nausea e giramenti di testa a Loris e Luxel.

Gulliver guardò quel mostro e pensò subito alla politica e agli scienziati che lo avevano cacciato da Roma. Quella creatura rappresentava perfettamente l'ipocrisia dei potenti: mostrava splendidi miraggi e immagini magnifiche per nascondere la propria reale debolezza e la propria mancanza di spessore, mossa solo dall'avidità dell'oro nascosto tra le sue pieghe.

Kaos, accecato dalle false immagini, cominciò a colpire l'aria con la spada senza colpire nulla.

Gulliver, invece, capì il trucco scientifico del mostro. Prese una lanterna e applicò davanti alla lente un filtro speciale per produrre luce polarizzata. Poiché l'invisibilità dello spettro funzionava solo deviando la luce naturale, i raggi polarizzati della lanterna annullarono l'effetto ottico. Il corpo del mostro apparve chiaramente come una sagoma scura e solida.

Così, sentendosi scoperto e vulnerabile, lo spettro emise un suono acuto e scappò tra le rocce, lasciando cadere sul terreno alcuni campioni che apparentemente potevano apparire pepite d’ oro. Gulliver raccolse i frammenti dorati con una soddisfazione infinita: quella era la prova indiscutibile che la sua teoria era esatta e che l'oro si trovava davvero sull'isola.

Poi però analizzandolo accuratamente si rese conto che quello non era affatto oro ma pirite, un minerale che esteriormente si può avvicinare molto alla struttura e al colore dell’oro ma che nella realtà dei fatti possiede caratteristiche completamente diverse e quelle che sembravano pepite, in realtà erano i cristalli pentagonali della pirite.

Nonostante ciò, l'ultrasuono del mostro aveva fuso e danneggiato irreparabilmente tutti i delicati strumenti di navigazione in ottone. La spedizione, malgrado questa illusione, dovette riprendere il mare procedendo a vista, spinta dalle correnti verso la costa orientale dell'Elba.

Gulliver e i suoi compagni a questo punto erano vincolati ad un viaggio verso l'ignoto, ma comunque speranzosi di farcela.

 

 

IL PERICOLO DELLE MINIERE ABBANDONATE

Man mano che la Vixen si avvicinava alla costa orientale, lo scenario divenne inquietante.

L'acqua del mare cambiò colore, tingendosi di un rosso ruggine molto intenso. Quell'acqua era talmente carica di ossido di ferro e solfuri che iniziò ad attaccare rapidamente le parti in metallo della nave, consumando i chiodi che tenevano insieme le assi di legno.

In poche ore lo scafo aprì una via d'acqua insostenibile. La nave affondò a poca distanza dalla spiaggia, costringendo Gulliver, Luxel e Kaos a nuotare per salvarsi, mentre Loris, indebolito e stremato dalla paura, fu aiutato a raggiungere la riva a fatica dagli altri.

Senza più una nave e bloccati su una spiaggia di sabbia nera brillante, i quattro decisero di incamminarsi verso all'interno.

Fu lì che subirono l'attacco del predatore più pericoloso dell'isola: il lupo di Ilvaite. La creatura somigliava a un grande lupo, ma era totalmente priva di carne o qualsiasi tipo di tratto biologico.

Il suo scheletro era una struttura di ferro arrugginito, creatosi dagli scarti delle antiche miniere, e i suoi movimenti erano garantiti da frammenti di limonite, friabili come burro che aiutava le giunzione della bestia. I suoi denti erano formati da cristalli neri di ilvaite, affilati e taglienti come lame.

Il mostro viveva vicino ai giacimenti minerari e si nutriva esclusivamente di zolfo puro.

Gulliver si rese conto di essere entrato nel territorio della bestia quando vide per terra accumuli di una polvere rossa e arancione opaca: era polvere di ocra, il materiale di scarto che il mostro eliminava dopo aver digerito lo zolfo e i minerali ferrosi.

Durante la notte, il mostro attaccò il loro piccolo accampamento improvvisato.

Loris, distratto a guardare il cielo, venne morso violentemente alla spalla. Il morso non portava infezioni, ma scatenò una terribile reazione chimica: i minerali di calcio presenti nella saliva del mostro fecero solidificare l’emoglobina nel sangue dell'uomo in un impalcatura di ferro.

Sotto gli occhi terrorizzati dei compagni, la circolazione si bloccò. In pochi secondi il meteorologo morì, trasformato in una statua di ruggine.

Kaos e Luxel volevano scappare, ma il mostro si stava preparando a un nuovo attacco.

Gulliver si ricordò delle sue nozioni di chimica: l’ilvaite è un minerale che non si scioglie molto facilmente se viene a contatto con sostanze poco acide. Prese dalla borsa due fiale di acido solforico, l’acido più potente a disposizione, che usava per testare la purezza dei metalli, e le lanciò con forza nella gola della creatura.

L'acido distrusse immediatamente i denti di cristallo e corrose il corpo della bestia, che cadde a terra ridotta a un cumulo di ruggine.

Rimasti in tre e senza una nave, la situazione sembrava disperata.

Tuttavia, Gulliver non volle arrendersi. Recuperò dallo scheletro del mostro i cristalli di ilvaite che erano rimasti intatti, usandoli come eventuale merce di scambio.

Con una faticosa marcia a piedi verso sud, i tre superstiti si diressero verso le montagne di Capoliveri, l'ultimo luogo dell'isola dove Gulliver sperava di trovare la fonte principale dell'oro.

 

 

IL GIGANTE MAGNETICO E LA FINE DEL VIAGGIO

I tre viaggiatori arrivarono a Capoliveri stremati da tutte le vicissitudini passate.

Esplorando una profonda grotta scavata dai vecchi minatori, Gulliver fece una scoperta che lo lasciò senza parole e mise in crisi le sue certezze scientifiche: dentro strati di roccia antichissimi, vecchi di milioni di anni, trovò fossili di animali e persino di persone.

Capì allora il segreto dell'isola: l'Elba era un luogo dove il tempo geologico non scorreva normalmente, ma si mescolava e confondeva le diverse epoche storiche e dove le rocce e i minerali erano direttamente influenzati dalla natura e dalle persone dell’isola e viceversa.

Mentre esaminavano queste rocce, una parte della montagna davanti a loro sembrò muoversi.

Si trattava del Custode Magnes che proteggeva il Monte Calamita, un mostro gigantesco che assomigliava ad un enorme masso coperto di vegetazione.

Quando la creatura si alzò dalla montagna, mostrò un corpo interamente composto da magnetite, una roccia a primo impatto magica ma che in realtà possiede proprietà magnetiche.

Ogni volta che il Custode faceva un passo, l'enorme massa di cristalli magnetici al suo interno, generava potenti scariche elettriche da migliaia di volt e destabilizzanti campi magnetici.

Questo potentissimo campo magnetico, capace di attirare i metalli come una calamita gigante, improvvisamente attirò  Gulliver e Luxel che si sentirono trascinare con forza verso la bocca aperta del mostro.

Le piccozze da geologo, gli scalpelli di ferro e le fibbie delle loro cinture venivano attirati dal magnetismo di Magnes. Solo Kaos, che camminava senza attrezzi di metallo addosso, riuscì a rimanere fermo a distanza.

Luxel, che aveva il petto coperto di strumenti scientifici pesanti, venne trascinato per primo all'interno della cavità. Non appena toccò i cristalli, una fortissima scarica elettrica lo fulminò sul colpo, distruggendo anche tutti i suoi appunti.

Gulliver sentiva la sua stessa piccozza premere contro il suo petto, spingendolo verso il mostro.

Capì che l'unico modo per salvarsi era rinunciare al metallo. Con uno sforzo si sganciò l'imbracatura e gettò via ogni strumento, rimanendo solo con i vestiti di tela.

Poi i due dopo diversi minuti sprecati nel tentare di sfuggire al colosso, notarono che gli unici che stavano venendo aggrediti erano loro due; di fatti i paesani non venivano sfiorati dai campi magnetici e dalle sproporzionate braccia del custode.

Un bambino del paese assistendo al penoso inseguimento osservò che le tasche di Gulliver erano colme di ogni sorta di minerale, raccolto durante l’avventura, a quel punto il ragazzetto rimproverò il fuggiasco Gulliver, dicendogli che quelle pietre non erano sue e che se tutti avessero fatto come lui, nessuno avrebbe più  avuto la possibilità di ammirare quelle magnifiche creazioni figlie della roccia.

Dopo le parole dure del bambino, Gulliver ebbe un intuizione risolutiva; così si chinò a terra e svuotò le sue tasche di ogni campione preso fino a quel momento lasciandoli sul suolo roccioso.

Inaspettatamente i minerali rientrarono nel suolo come se stessero tornando al loro luogo di origine. Dopo le azioni di Gulliver, il Colosso smise subito di inseguirlo, voltandosi immediatamente alla caccia di Kaos. Vedendo la reazione del gigante, lo scienziato avvertì il cugino di lasciare tutte le rocce raccolte, visto che il custode stava solo cercando di evitare che i due forestieri trafugassero le ricchezze di quel territorio, danneggiando l’intero equilibrio dell’isola. Nonostante un briciolo di incertezza Kaos eseguì, e le pietre ritornarono al loro luogo di origine, facendo calmare il mostro che smise di inseguirli, ritornando beatamente nel suo alloggiamento dentro la montagna.

Gulliver e suo cugino Kaos riuscirono a lasciare l'isola qualche giorno dopo, trovando imbarco come marinai a bordo di una nave commerciale di passaggio.

Della spedizione non restava quasi nulla: tre compagni erano morti e non c'erano sacchi d'oro da mostrare al mondo.

Quando Gulliver tornò a Roma e si presentò davanti ai professori dell'Istituto di Scienze, i capi lo accolsero con risate e insulti, convinti che il suo fallimento fosse la prova della sua pazzia.

Ma il geologo rimase calmo e fiero. Sapeva di avere una  ragione. Non aveva portato l'oro perché quel metallo, all'Elba, non era presente, ma allo stesso tempo aveva trovato un patrimonio geologico e naturalistico inestimabile; un patrimonio che nessuno aveva mai valorizzato e che Gulliver aveva intenzione di portare alla luce.

Perché l’oro dell’isola d’Elba è l'isola stessa.

Guardando i suoi giudici, Gulliver disse: “Avevate ragione signori miei, non ho trovato l’oro, ma qualcosa di molto più sorprendente. Su quell’isoletta sperduta si cela un vero e proprio patrimonio impagabile, ma che voi avidi non riuscirete mai ad apprezzare a pieno. La vera ricchezza non sta nel valore economico che può essere attribuito ad una qualsiasi cosa, ma nell'irripetibilità e nell’unicità  di essa.

Voi adesso pensate a deridermi per aver “fallito” nel mio intento iniziale, ma io sono estremamente fiero delle mie scoperte, fatte grazie alla mia obiettività e fiducia nella scienza e in me; voi non riuscite che a giudicare, ignorando la vostra tentata superiorità che non fa altro che evidenziare quanto vi siate spinti in basso in questa società omologata e materialista. Mi auguro che ognuno di voi  provi sempre ad aspirare più in alto per se stesso e mai per fare colpo o conquistare qualcun’altro. Grazie per avermi insegnato come evitare di evolvere la mia carriera”.